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Stato e Finanziatori Subprime: Scopri le Differenze

December 11th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
Pensando al circuito finanziario creato con una cartolarizzazione, mi è venuta l’idea di schematizzare il circuito messo in piedi dallo Stato nel momento in cui concede finanziamenti agevolati (con soldi che non ha, chiaramente) ad alcune imprese. Lo Stato può reperire risorse finanziarie attraverso la tassazione o con l’emissione di bond da collocare sul mercato; queste risorse saranno appunto i fondi con cui si attuerà il finanziamento alle aziende, come dallo schema seguente:
 
 

Trattandosi di finanziamenti statali è di per sé logico pensare che i relativi interessi siano meno onerosi di quanto offerto dal mercato bancario (non avrebbe senso per le imprese, altrimenti, infangarsi in pastoie burocratiche e graduatorie) e questo vale a maggior ragione nel caso di finanziamenti agevolati, per non parlare dei contributi a fondo perduto o degli sconti fiscali (dove gli interessi non sono per nulla previsti). Ne discende che gli interessi (se ce ne sono, chiaramente) su questi finanziamenti statali non sono praticamente mai in grado di coprire le relative spese operative dello Stato nonché gli interessi del debito pubblico all’uopo emesso. A meno di non voler intrappolare lo Stato in uno schema di Ponzi (senza garanzia che l’Italia, ad esempio, non ci sia già dentro da un pezzo), sarà necessario ricorrere alla tassazione per coprire la quota di spese operative e interessi sul debito, come appunto riportato nella parte bassa dello schema sopra proposto.
 
Come nell’articolo su ingegneria finanziaria e inflazionomia, considerando che il contribuente può essere visto come parte di un insieme di soggetti che risparmiano per pagare le tasse e impiegano il residuo in strumenti finanziari, collasso lo schema accorpando mercato finanziario e contribuente sotto l’etichetta “privati”, ottenendo quanto segue:
 
 
Questo vale tanto per sottolineare come i veri finanziatori dell’impresa siano i privati, e come lo Stato remuneri il debito con soldi dei privati stessi. La funzione dello Stato è eminentemente redistributiva, e sulla perizia di tale funzione si gioca l’efficienza dell’economia circostante (vedi qui per qualche mia precedente considerazione in merito).
 
Per arrivare alle considerazioni finali, richiamo lo schema collassato della cartolarizzazione:
 
 
Come sulla Settimana Enigmistica, scopriamo le differenze.
Il circuito è praticamente lo stesso, salvo per i presupposti giuridici sottostanti (deposito volontario in banca per le cartolarizzazioni, obbligo di corresponsione di tasse nel caso del finanziamento statale), e per il fatto che nel caso del finanziamento statale gli interessi da parte dell’azienda possono mancare.
Certamente con una cartolarizzazione il rischio è trasferito direttamente ai privati, mentre lo Stato, pur indebitandosi, rimane a livello giuridico separatamente creditore dell’azienda e debitore verso il mercato; quest’ultima distinzione, associata al potere di tassazione, permette che gli interessi sul debito di emittenti statali siano inferiori a quelli di un qualsiasi corporate bond.
 
Direi che la considerazione dell’effettività del potere coercitivo dello Stato sia l’elemento distintivo principale, in quanto per il resto la sua attività nel caso in esame non è del tutto distinguibile da una cartolarizzazione. In particolare ritengo che si possa vedere lo Stato praticamente come una SPV, che trasforma un finanziamento a una azienda in un bond di un altro ente (lo Stato, appunto), e che in qualche modo viene comunque trasferito il rischio di credito a una controparte inconsapevole: una banca “aliena” il credito al mercato attraverso un bond, e se l’impresa non paga sarà il portatore del bond a subire l’insolvenza; lo Stato resta titolare di un credito e in caso di insolvenza può “coprire” l’ammanco attraverso il potere coercitivo di tassazione, facendo quindi alla fine ricadere il rischio economico del finanziamento sui privati (che stavolta non avranno però alcun titolo giuridico per rivalersi sull’insolvente).
La valutazione di maggior solvibilità di uno Stato rispetto alle aziende che vi operano (è una regola, non so quanto non scritta, che il rating di una impresa non possa mai essere migliore di quello dell’ente-Stato del territorio in cui l’impresa opera) è quindi il risultato di una valutazione da parte del mercato molto concreta e cinica della potestà impositiva dello Stato più che della sua abilità amministrativa.
 
Le problematiche esposte hanno sicuramente un senso quando la rischiosità del “portafoglio statale” è superiore a quella di un generico portafoglio bancario.
Il fatto che lo Stato presti soldi non suoi a tassi “di favore” e con il salvacondotto della tassazione, espone di per sé a un più grave rischio di credito che non giuridicamente bensì economicamente cade comunque in capo ai privati (tutto questo a meno di opportune soluzioni istituzionali di monitoraggio e accountability, nella pratica molto differenziate da Stato a Stato); la cornice operativa dello Stato espone cioè i suoi creditori ad un rischio degno del peggior “emittente subprime” con contorno di bail-out e moral hazard.
Pensiamoci, quando qualcuno inveisce contro gli eccessi del capitalismo finanziario e propone una maggior presenza dello Stato (soprattutto di questo nostro Stato).

7 Responses to “Stato e Finanziatori Subprime: Scopri le Differenze”

  1. 1

    Germanynews Says

    Hai visto che siete (sei) su Il Giornale di ieri? Blog annoverato tra i liberisti…

  2. 2

    L.Baggiani Says

    No
    è nominato IHC?

  3. 3

    Lamiadestra Says

    Sì. Guarda qui: http://www.tocque-ville.it/images/rn/972_6.pdf C’è anche libertyfirst/Ventinove settembre nella pagina successiva: http://www.tocque-ville.it/images/rn/972_7.pdf Siete popolari 😉

  4. 4

    Leonardo Says

    Speriamo che portino un po’ di contradditorio qui dentro, anche se non parlo di politica o dell’ultimo saltello dei tassi…

  5. 5

    libertyfirst Says

    Eheh… verrà qualche difensore di Tremonti che vuole uccidere tutti i musi gialli a commentare…

  6. 6

    Fatama Says

    Un altro spazio iateressnnte nel quale si assiste ad un nuovo intreccio tra materiale e immateriale e8 l’economia informale, quella del falso e del traffico illecito. Questo settore e8 oggi in piena ascesa. Le stime sono molto incerte trattandosi di un fenomeno che sfugge al controllo e a sistemi certificati di misura. I principali esperti mondiali perf2 concordano nel dimensionare il giro di affari dell’illecito ad almeno circa il 7% del commercio mondiale. Una quota impressionante! Questo “successo” si basa su un presupposto: la sistematica infrazione delle regole legate alla propriete0 intellettuale e quindi di uno dei cardini della gestione della conoscenza che il sistema industriale ha elaborato nel corso degli ultimi 150 anni. La tentazione di liquidare l’economia informale come mero fenomeno criminale e8 forte. La dimensione e la pervasivite0 dell’economia del falso perf2 richiedono una maggiore cautela. Ma come e8 spiegabile questo incredibile crescita? E’ solo colpa dei cinesi e della loro disinvoltura nei confronti del rispetto delle regole internazionali?L’ultimo libro di ci da un ritratto dell’economia del falso tutt’altro che scontato. La produzione di materiale contraffatto e8 il risultato di una vera e propria catena di fornitura gemella rispetto a quella legale ma decisamente pif9 efficiente da un punto di vista economico e pif9 intraprendente da quello organizzativo. Ed e8 qui che c’e8 la prima sorpresa: scopriamo che in un mondo cosec materiale c’e8 molto di immateriale. Infatti non si tratta di poche fabbriche che nottetempo producono qualche borsetta extra per ingrassare il risicato margine imposto dalle imprese occidentali, ma di un vero e proprio mercato competitivo dove operano miglia di imprese e di attori con ruoli fortemente specializzati. Ci sono mercati dove si riuniscono i produttori del falso, ci sono intermediari ai quali ci si puf2 rivolgere per comperare le partite di prodotto contraffatto, ci sono gli esperti di logistica che si preoccupano di farvi arrivare la merce nel giro di 20 gg al vostro indirizzo (ovunque nel mondo), chi si occupa del packaging del prodotto (ovviamente falso), chi e8 specializzato nei tessuti delle borse, chi nelle cerniere e cosec via. Il tutto rigorosamente organizzato e ordinato attraverso un’applicazione quasi ossessiva di tecniche di knowledge management presenti solo nelle grandi imprese. La catena di fornitura del falso trae vantaggio economico da una elevata modularizzazione del prodotto. Ogni produttore ha un proprio catalogo ben dettagliato sui prodotti che e8 in grado di realizzare. Catalogo costruito attraverso una straordinaria capacite0 di reverse engineering che molto spesso parte dalla pubblicite0 presente sulle principali riviste di moda. Cosec puf2 capitare che mentre Gucci pubblicizza la sua ultima borsa su Vogue, un cinese dall’altra parte del mondo stia gie0 organizzando la catena di fornitura per la produzione della stessa borsa (falsa). L’enfasi sull’organizzazione e sulla gestione della conoscenza non e8 un pallino da ordinati orientali, ma una precisa necessite0 competitiva. Per avere successo, bisogna essere tempestivi e flessibili. Il falso non puf2 prescindere dalle esigenze del mercato, ne puf2 anticiparlo (attraverso l’innovazione), e quindi non ha altra strada che essere il pif9 reattivo possibile. La merce contraffatta che si vende sulle strade delle nostre citte0 e8 solo quella che va di moda, i bestseller, i prodotti che hanno le maggiori richieste. Non ci sono sconti o resi che tengano sulla merce falsa. Bisogna quindi andare a colpo sicuro. Un sistema di just in time su larga scala, come forse non se ne sono mai visti nell’economia industriale, che e8 capace di andare quasi in risonanza con l’evoluzione delle richieste del mercato. La produzione “legale” ha performance decisamente pif9 deludenti.E’ quasi scontato immaginare la battaglia da guardie e ladri che si combatte tra le parti. Da un lato le aziende copiate che si sentono defraudate dei forti investimenti che sostengono sul fronte della comunicazione e dell’innovazione di prodotto. Dall’altro i falsari che cercando di accaparrarsi una fetta della torta di questo valore. Perf2 qualcosa non torna. Le proporzioni dell’economia del falso la rendono difficilmente occultabile oggi, tanto che gran parte di essa e8 sotto la luce del sole. Staglianf2 ci dice che addirittura a Guangzhou (entroterra di Hong Kong) ci sono due interi grattacieli dedicati ai falsari di prodotti in pelle ai quali si puf2 tranquillamente accedere come se fossero un tranquillo centro commerciale. Insomma non bisogna prendere certo una jeep e fare un giorno di viaggio nelle impervie foreste equatoriali per trovare dei falsari. Il tutto e8 a portata di mano. Ma allora perche9 non si e8 riusciti a debellare questa piaga? Ed e8 qui che sta la seconda sorpresa dove materiale ed immateriale si incontrano nuovamente. Le grandi griffe si lamentano molto a parole della contraffazione ma nei fatti lasciano spesso correre perche9 sono consapevoli che il falso non e8 un solo un danno economico. Ma si puf2 trasformare anche in un efficace strumento di comunicazione e di amplificazione di quel valore simbolico, tutto immateriale, che costituisce il principale vantaggio competitivo di queste aziende. La merce falsificata che si vede principalmente nelle vie principali dei centri urbani e8 uno spot permanente che consente di diffondere e di rafforzare l’immagine di marca. L’ossessivite0 con la quale i grandi brand hanno ricoperto di loghi i loro prodotti facilita l’immediata riconoscibilite0 del prodotto anche se disteso per terra su un lenzuolo bianco. E’ una forma di citazione implicita che suggella il successo commerciale di un brand e dei suoi prodotti. La stessa scena nella quale i falsi vengono esposti e venduti amplifica notevolmente l’effetto. Come in una specie di Truman Show a cielo aperto l’acquirente o anche il semplice passante si sente parte di un processo esperienziale legato alla teatralizzazione della vendita. Si ha la sensazione di essere dentro un action movie dove all’improvviso qualsiasi cosa puf2 succedere e succede a dire il vero. Le guardie arrivano ed i ladri scappano, il parapiglia inizia, l’adrenalina sale negli spettatori-consumatori, anche inconsapevolmente. E questo non fa che aumentare il legame emotivo che i consumatori instaurano con il brand. In fondo il ragionamento e8 semplice: se c’e8 gente che e8 disposta a rischiare la galera per delle semplici borse vuol dire che quelle borse valgono. E’ una forma di attribuzione di valore e di autenticite0 al brand e al prodotto, che poi si traduce in aumento anche e soprattutto delle vendite legali. L’autenticite0 richiede il proprio luogo sacro (il negozio della griffe ed il prodotto autentico) per essere realmente vissuta. In fin dei conti le aziende della moda cosec tanto copiate non sono state mai cosec floride come in questo momento.L’intreccio tra materiale e immateriale inizia ad essere pif9 profondo di quanto era legittimo attendersi e genera pif9 valore economico di quanto non ne distrugga. Il tutto rompendo le regole che fino ad oggi abbiamo considerato fondamentali per il corretto funzionamento dell’economia della conoscenza (brevetti e copyright). Tra gli economisti si sta sviluppando un vivace dibattito su questo tema con alcune decise prese di posizione, vi segnalo quella di , che propongono una radicale revisione dei meccanismi di valorizzazione della propriete0 intellettuale a favore di una maggiore e libera circolazione della conoscenza.Marco

  1. 1

    Una Bad Bank non si Nega a Nessuno at Ideas Have Consequences

    […]   l’operazione è comunque, nei fatti, una cartolarizzazione del letame bancario, dove il letame resta nella bancaccia (come fosse una società-veicolo), e le banche monetizzano il letame alle spese del Tesoro (che si indebita per mettere i soldi nella bancaccia o per fornire titoli di Stato che verranno monetizzati dalla Federal Reserve). E noi sappiamo che Tesoro significa “contribuenti”. […]

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