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Studiare per (Far) Lavorare

September 27th, 2010 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Tra poco scade l’appuntamento con l’Agenda di Lisbona, e vedremo quanti Paesi hanno davvero fatto dei passi avanti verso un’Economia della Conoscenza. Elemento essenziale è infatti l’aumento della quota di laureati come segno di incremento di capacità lavorativa ad alto livello, e quindi più remunerativa per il singolo e per l’economia intera che potrà così rispondere, da un piano diverso, alla potenza manifatturiera degli “emergenti”.

L’OCSE intanto tira fuori un po’ di dati (che si spingono fino a parte del 2009): i laureati aumentano, guadagnano più dei non-laureati, e risentono meno dell’aumento della disoccupazione; questo ovunque, tranne che in Italia.

 

A quanto si legge, un po’ in tutto il mondo l’istruzione terziaria ha aperto canali para-universitari professionalizzanti. In Italia invece tale formazione è “dispersa” tra le riforme dell’istruzione secondaria (istituti tecnici) e titoli triennali universitari. Dobbiamo quindi pensare che fino a pochi anni fa, a parte la buona volontà di singoli docenti, non ci fosse niente di “professionalizzante”. È una sensazione che ogni mio collega ragioniere ha avuto, così come la maggior parte dei miei colleghi universitari. Personalmente non so quanto debba essere professionalizzante l’università, ma lo pretenderei sicuramente dalle varie “specializzazioni” e corsi “post-laurea” così come da un istituto tecnico che pretende di formare “periti”.

In Italia si è di fronte, si legge, ad un incremento di lauree di dubbio valore scientifico e poco apprezzate sul mercato del lavoro (allora a chi servono questi corsi? Tra poco ve lo dico…), quindi l’incremento dei laureati tra i giovani non rappresenta un effettivo “valore” per il Belpaese, che pertanto resta e resterà indietro nello sviluppo economico.

È con questo che l’OCSE spiega l’anomalia italiana sulla disoccupazione: solo in Italia la crisi ha mietuto più vittime tra i laureati che tra i non-laureati, perché in Italia il disallineamento tra titolo conseguito e aspettative occupazionali è massimo.

 

L’OCSE non lo dice, ma lo dico io: in Italia si studia di più e si creano più indirizzi per favorire sì il lavoro… ma degli insegnanti! La colpa di questo non può essere (solo) di un Ministro dell’Istruzione, c’è dentro tutta la gerarchia e struttura scolastica, l’insipienza non sanzionata di molti insegnanti, il controllo centrale (da sempre) sui programmi, e la disonestà di dipingere un’Italia come potenza tecnologico-scientifica mondiale quando tutto quel che realmente viene sostenuto è la bassa manifattura.

Come dice l’OCSE, le classi più mature non sono facilmente recuperabili sul piano dell’istruzione. Io dico che politicamente è un grosso problema dir loro “arrangiatevi”, quindi si cerca di tutelarle, cioè permettere che continuino a fare lo stesso lavoro, e per questo si cerca di salvare i settori interessati. Direi che questa è un’ottima ragione per la “stasi” indotta dalle subdole politiche industriali, di cui IHC parla qui. D’altra parte la “stasi” di una certa struttura economica implica la sovrabbondanza di certi livelli di istruzione, da cui segue il deprezzamento del merito a favore della pratica e della relazione, di cui IHC parla qui. L’istruzione così perde una forza “trainante”, la “domanda di competenze”, e finisce per avvilupparsi su se stessa cedendo alle logiche burocratiche.

Da questo segue che la scuola non serve agli studenti ma agli insegnanti, quindi in Italia si studia non per il proprio lavoro futuro ma per far lavorare gli insegnanti (finendo anche per far lavorare i Paesi esteri che sanno accogliere le capacità di un italiano). Infine, in una fase di crisi tendono a uscire dal mercato le competenze meno importanti e essenziali; noi simpatizzanti dell’ottica austriaca sappiamo che un qualsiasi bene non ha un valore assoluto ma ne assume in relazione all’impiego che ha nel sistema, quindi un fattore produttivo che è utilizzato per produzioni di poco valore o che non è utilizzato avrà di conseguenza un valore basso se non nullo (se la struttura produttiva è basata sui braccianti, una laurea in economia dei mercati finanziari non vale nulla). Se in Italia l’istruzione è inoltre subordinata ad altre logiche, chi è “forte” di istruzione è il primo a restare disoccupato. Che questo diventi soprattutto disoccupazione giovanile è logico, perché i più istruiti e con meno esperienza sono appunto i giovani, quindi sono quelli che “valgono meno” e i primi a venir scartati. E con questo si spiegano i dati OCSE in un modo che nessun canale di informazione ufficiale avrà mai il coraggio di fare.

 

Il modo in cui è letta l’Agenda di Lisbona, per lo meno in Italia, è: create gente istruita, ché loro faranno crescere il Paese. In realtà è il mondo che sta avanzando, prima il solo occidente ora sempre più anche gli emergenti, verso attività a crescente contenuto di informazione e conoscenza, livello industriale da “occupare” perché gli altri, i più “labour-intensive”, vengano naturalmente coperti da Paesi meno sviluppati; per questo far crescere l’istruzione è necessaria. Questo è vero in un Paese che è disposto a cambiare.

Ma l’istruzione è un fondo, a livello di Paese, una necessità che viene espressa con l’avanzare stesso dell’economia (che deve essere economia “aperta” alle innovazioni anche dall’esterno). Mille ingegneri in più non sono mille brevetti, ma 999 persone capaci di gestire un brevetto da cui emergono mille aziende che hanno bisogno di gente capace. L’imprenditore traina, l’istruzione asseconda, e come una corda tira dietro l’economia. Ma in Italia, si è visto, non c’è vero spazio per l’innovazione o mettere in discussione l’esistente, per una vera imprenditoria.

E non si può spingere una corda.


5 Responses to “Studiare per (Far) Lavorare”

  1. 1

    Marco Says

    Tra l’altro quest’anno mi trovo per la prima volta di fronte ad un grosso dilemma (da insegnante). Ho una classe in cui ci sono 5/6 elementi di disturbo di cui 2 sono veramente irritanti. In 10 giorni di scuola hanno collezionato già 3 note sul registro a testa ed hanno ripetuto la prima per due volte.
    Il resto della classe invece dimostra di essere interessato e di voler studiare ma gli elementi di disturbo rendono praticamente impossibile fare lezione regolarmente. Cosa c’entra col post? Beh io sono profondamente convinto che una buona istruzione porti esternalità positive al resto della società ma la scuola italiana non produce istruzione (ed in parte è anche colpa mia) ma solo pezzi di carta e lo fa sin dalle scuole medie.

    Ora ho di fronte (almeno) due casi di ragazzi che a scuola non vogliono venire ma sono costretti dai genitori e per ripicca rendono la vita impossibile agli altri. Probabilmente verranno tra poco sospesi ma non credo che la musica cambi e io non so veramente cosa fare perché il rischio è di non riuscire a fare praticamente nulla in quella classe (io insegno informatica) e ne patiranno gli altri ragazzi che hanno speso tempo per venire a lezione ed il contribuente che ha pagato il servizio ed il mio stipendio.

    Marco

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    @Marco
    E’ un po’ una delle conseguenze dell’istruzione obbligatoria (e anche un problema più da psicologi, per loro e per i genitori). Ci vorrebbe uno stanzino dove rinchiudere chi non vuol far nulla, almeno non disturba gli altri. Ho chiaramente visto cose simili come studente. Ma non è possibile lasciarli a far nulla, diciamo un patto con loro “loro non fanno casino, tu non ci perdi tempo, e affari loro se bocciano”? Almeno hanno davanti una scelta e si prendono le conseguenze, per lo meno è formativo.

  3. 3

    Marco Says

    Purtroppo dobbiamo tenerceli in classe (quando al consiglio ho proposto di dividere la classe in due tra “buoni” e “cattivi” quasi scoppia la rivoluzione :-) ) anche perché pur se pluribocciati, sono in obbligo scolastico. Loro non vogliono assolutamente venire a scuola ma vi sono costretti e quindi la reazione “di ribellione” è rendere la vita impossibile a tutti gli altri.

  4. 4

    Prometeo Says

    Caro Leonardo,

    concordo pressoché su tutto. Tra l’altro… io mi trovai a fare il docente ad ingegneria di Roma II e ad architettura di Roma I, proprio durante l’implementazione della riforma Zecchino, che fu l’antesiniana di quello che è ora il 3 2.

    Durante le riunioni del corpo(sciolto) accademico non v’era il benché minimo accenno a nascondere il vero obbiettivo di quella implementazione che doveva essere moltiplicare le cattedre.

    Ecco così che si moltiplicarono indirizzi del tutto irrilevanti.

    In realtà la riforma Zecchino “per sè” era una buona riforma, solo che il corpo(sciolto) accademico l’ha recepita, come sempre… solo per alimentare gli inestirpabili trogoli baronali.

    Nessuna attenzione alla didattica grazie a corsi affidati (gratis) a borzisti… nemmeno ricercatori, sicché i gli ordinari potessero moltiplicare gli ordinamenti.

    Oggi siamo in un chaos ancora più demenziale… del quale grazie a Dio non mi occupo più.

    Però oggi a pranzo, al tavolo accanto al mio tre giovani discutevano:”sai Elena, si è laureata in fisica con 110 e lode, poi ha fatto due master di cui uno in USA, tutti col massimo dei voti, poi ha fatto il concorso per insegnare… prima del corso… e ora? È disoccupata. Ma allora tanto valeva andare a lavorare a 18 anni”.

    Ecco… della serie fatti una domanda e datti una risposta.

    Vedo due errori gravi in questo diffusissimo ragionamento stereotipato da overdose televisiva:

    1. Se uno è davvero tanto bravo in fisica… perché mai fare l’insegnante?
    2. Qual’è l’obbiettivo degli studi?

    Punto 1.
    La fisica è una disciplina che ha importanti applicazioni tecniche, perché mai cercare lavoro solo nella scuola? Forse… perché si vuole che Papà Stato pensi per noi fino alla pensione?

    Punto 2.
    Se uno studia per guadgnare… allora basta iniziare a fare il barista a 16 anni… per quando una persona normodotata avrà finito gli studi verso i 30 anni, guadagnerà sicuramente di più. Per non parlare di professioni artigiane.

    Allora… la scuola NON è per tutti. La scuola per tutti a distrutto la scuola. Quanti poesti, ingegneri, scrittori, inventori, artisti… c’erano quando la scuola era per pochi?
    E oggi?

    Ti contesto solo una cosa… la fonte. OCSE… brrrr…

  5. 5

    Leonardo, IHC Says

    Finalmente è tornato il nostro Prometeo!

    Dovremmo distinguere la scuola in primaria, secondaria, universitaria e post. Chiaramente io parlo dalla secondaria in su, e della secondaria parlavo di quella che vuol portare al lavoro. SOno d’accordo con te, la scuola (questa parte di scuola) non è per tutti: tutti devono avervi accesso, se vogliono, perché dovrebbero poi esserci sistemi di selezione (durezza, voti, sbocchi) a far desistere chi è fatto per altre cose (e intendiamoci, il manovale è utilissimo quanto un avvocato, servono tutti nell’economia), e questa scuola non per tutti fa bene al livello della scuola, come dici anche tu. Oppure uno lo fa per sé, e allora non c’è niente da discutere.

    Non prendiamoci troppo in giro, però. E’ chiaro che si prendono percorsi di studio anche in vista dello stipendio: ho fatto ragioneria e economia per infilarmi nell’ambiente bancario, perché era quello che finora sembrava il più comodo e remunerato tra quelli cui potevo accedere; poi arrivo io e anche questo ambiente è cambiato, peccato.
    Dallo studio c’è l’aspettativa di uno stipendio e di certe condizioni di lavoro. Per questo c’è chi ha voglia di rischiare, imprenditore di se stesso, investe nella propria formazione invece di andare a lavorare a 18 anni. Poi uno scopre che le attese di un’Italia votata alla scienza e alla tecnologia sono state una truffa, e rimane un fisico con 110 a spasso (e io ne conosco uno che è semplicemente un genio e prende meno di me). Investimento andato male, malinvestment causato da politiche statali (e che sia lo Stato a sollevare il problema e proporsi di risolverlo, fa ridere), e chi non c’è cascato intanto guadagna di più.
    Se poi uno studia fisica solo (e dico: solo) per fare l’insegnante… be’ cicci, troppa TV, ti ci sta anche bene.

    Diciamo che se uno capisce questo capisce anche cosa farsene delle parole dei politici. E che finché l’istruzione è pagata dallo Stato solo sul numero di utenti, avremo tante delle esperienze che tu hai riportato.

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