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Sull’Anarchia Prossima Ventura…

July 30th, 2012 by Leonardo

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di Silvano, IHC

Divertissment estivo per anarcocapitalisti austriacanti:

 

Le istituzioni politiche statali sono una sfiga imposta all’umanità dai Klingoniani venuti dallo spazio in un tempo remoto e arcaico di cui ormai se ne è perduta la memoria o sono emerse da processi evolutivi partendo da contesti sociali con caratteri comunitari, tribali e anche anarchici (almeno in senso lato)?

 

Partiamo da tre considerazioni.

 

1.     Lasciati a sé stessi gli uomini non sono necessariamente “nasty, brutish and short” e quindi bisognosi del Leviatano di Hobbes. È possibile che la lotta biologica per la sopravvivenza prenda talvolta il sopravvento sulla cooperazione e la catallassi, ma non è strettamente necessario.

2.      “Anarchia” non è da intendersi come sinonimo di caos, ma come una forma di autoregolamentazione endogena volontariamente accettata da parte dei membri di una comunità o da gruppi di individui.

3.     Parafrasando Fukujama: la storia non è affatto finita e quelle che oggi possono apparire come le migliori istituzioni mai elaborate prima d’ora (democrazie occidentali?) restano comunque un qualcosa di contingente, perfettibile o rivoluzionabile.

Definite queste premesse minime, senza le quali l’anarchia non sarebbe neanche pensabile come scelta politica possibile, quanto senso ha tutta quella parte di letteratura (pseudo?) socioeconomica di matrice essenzialmente libertaria che vede nello Stato il responsabile di un po’ di tutto, dalla sifilide ai cicli economici sin dalla cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden e fino a quando non si raggiungerà l’agognato anarcocapitalismo prossimo venturo (ovviamente dopo un crack-up-boom di dimensioni globali)?

Nessuna. Studiare seriamente l’anarchia richiede per contro uno studio altrettanto serio e non ideologico della teoria dello Stato poiché la politica comparata è cosa diversa dalla propaganda ideologizzata. Quindi è necessario spiegare perché nel passato (remoto) contesti sociali tendenzialmente anarchici e comunitari si sono evoluti o sono stati sopraffatti da sistemi in cui la gestione del potere e della coercizione era più organizzata e centralizzata. Detta in termini più  hayekiani: oltre “il piccolo villaggio”, oltre una dimensione in cui la conoscenza vis à vis domina le relazioni interpersonali, il modello anarchico può essere resiliente a shock e stress? E se sì, sotto quali condizioni? Possono essere anarchiche la “Great Society” di Hayek e la società aperta di Popper?

Per rispondere a questi interrogativi non basta produrre evidenze empiriche che nella Stateless Somalia di fine millennio soggetti privati riuscivano a produrre e fornire servizi pubblici (come sicurezza, e amministrazione della giustizia) in un modo migliore di quanto non facesse il regime del “compagno” Siad Barre. Questo è indubbiamente vero sotto molti aspetti, ma certamente non può definirsi un risultato epocale.

 

Prendere anarchia e Stato a cuor leggero ed in modo marcatamente ideologico produce come unico risultato quello di accoppiare ironicamente gruppetti di marxisti e di austriaci nell’attesa della caduta del capitalismo storico (ovvero quello che abbiamo conosciuto finora con tanto di “Stato borghese”  e Banche Centrali ), entrambi certi che un’irreparabile falla del sistema (sia questa la fantomatica caduta del saggio di profitto o la mitica riserva frazionaria) scatenerà un evento topico (rivoluzione proletaria per i primi, crack up boom per i secondi) finché dopo un periodo di transizione (in ogni caso violento per tutti e due) si arriverà ad una autentica anarchia veramente comunista/capitalista (depennare il sistema socioeconomico non gradito…).

 


14 Responses to “Sull’Anarchia Prossima Ventura…”

  1. 1

    andrea Says

    La tesi klingoniana è più probabile.
    In poche parole meglio le riforme della rivoluzione.
    Meglio ridurre lo stato che eliminarlo. Combattere contro lo statalismo ma senza forzare la storia.
    Soprattutto evitare catartic i bagni di sangue.

  2. 2

    Leonardo Says

    Credo che la tesi di Silvano sia che lo Stato è – in parte – un tipo di organizzazione “funzionale”, per cui la storia umana si è diretta in un modo o nell’altro a questa forma sociale, che certamente ci sia – oggi – una grandissima parte di Stato non inutile ma proprio dannosa perché eccedente le possibilità stesse dello Stato (per cui si deve lasciar spazio all’individuo e all’organizzazione spontanea), ma che questo non significhi la superiorità di una “anarchia” totale.
    Non è un fatto dell’esser meglio “combattere ma senza forzare”, ma di esser onesti e cominciare seriamente a valutare se alcuni elementi dello Stato non sia alla fine necessari.
    In altro modo: perché non si hanno vere nazioni anarchiche ma al massimo confederazioni con Stato centrale minimo e massima decentralizzazione (Svizzera)?

    Personalmente ritengo l’anarchia (nel senso anarco-capitalista) un “paradigma” irraggiungibile ma che funziona come “faro” per l’evoluzione che vorrei della società; Silvano forse vuol mettere in discussione il paradigma, ma certo ha ragione nel rilevare che continuare – nel mondo di oggi – a dire che la soluzione è “l’anarchia” (pur nel senso austriaco di Stato dominato da poche norme di diritto privato, e non certo nel senso sovversivo di molta “sinistra”) è oltre che pericoloso anche piuttosto sciocco.

  3. 3

    biagio muscatello Says

    D’accordo con gli anarchici sul fatto che tutte le forme di governo esistenti (ed esistite) hanno mostrato i loro limiti, maggiori o minori.
    Per il resto, la realtà è una cosa molto dura; ed è con la realtà che ciascuno deve fare i conti.

  4. 4

    Claudio Says

    A proposito del fatto che è con la realtà nuda e cruda che dobbiamo fare i conti, ero curioso di sapere che se ne pensa da queste parti del manifesto “Fermate il Declino” (tra i cui firmatari noto c’è il professor Muscatello).

    Premesso che probabilmente è la cosa migliore della politica italiana da decenni a questa parte (non è ottimismo, è che in questo contesto basta poco) quante speranze ci sono che:

    1) Abbia quel minimo di visibilità mediatica da raggiungere almeno tutto l’elettorato potenziale, senza che al contempo ne venga fatto uno straw-man iperliberista (in senso dispregiativo) o peggio ancora para-berlusconiano

    2) Mantenga una coerenza ai principi che lo ispirano necessaria per essere non solo il meno peggio sulla piazza ma magari anche un qualcosa di vagamente gradevole per chi ha un approccio austro-liberale alla politica

  5. 5

    andrea Says

    Il manifesto di Giannino lo trovo molto deludente. Quasi inutile. Mi aspettavo una critica più serrata e proposte più incisive. Concordo con l’articolo di Gara North che spiega bene la funzionalità dei Chicagoboys al keynesismo dominante: spesa pubblica e monetarismo centralizzato.
    Stavolta non andrò a votare. Sono stanco di partecipare a questo gioco distruttivo.

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    Personalmente non faccio molta attenzione a manifesti e “lettere”; mi sembrano più uno strumento di marketing per contarsi.

    Su questa associazione tra monetarismo e Keynesianismo io non concordo. Il monetarismo è sorto come contrapposizione allo statalismo centralista lanciato da Keynes, e la politica monetaria monetarista vuol essere aciclica e adiscrezionale, quindi di funzionale non c’è nulla. Mi pare la solita storia, già raccontata qui, di certo austrismo che spara su tutti per dire che “lui è diverso”. Un’altra mossa di marketing.

  7. 7

    Leonardo Says

    @Andrea
    Riguardo quanto sia deludente il manifesto di Giannino, cosa pensi esattamente? E’ deludente perché troppo “molle”, perché non ha proposte, perché non ha proposte “radicali”…? Magari si rientra nel discorso di Silvano per cui la realtà è quella che è e quel che si può fare nell’immediato non è certo piantare in terra il paradiso anarcocapitalista… forse… tu che pensi?

  8. 8

    Silvano Says

    Più che una critica all’anarchia in quanto tale, è una piccola “polemica” estiva verso l’ultralibertarismo “à la Mises Institute Usa” (giusto per rendere l’idea) sempre pronto a puntare l’indice verso le disfunzionalità del sistema ma con un approccio da propaganda per cui tutto il male del mondo è attribuibile al fatto che esistano organizzazioni statali.

    Il problema di questo tipo di presentazioni è che lo stato viene presentato come un blob onnipresente nella storia umana. Non ci si chiede perchè e come si è formato, quali erano forme politiche prestatali, perché non si sono rivelate abbastanza “robuste” alla prova della storia, etc.

    Menger – a ragione – inseriva le istituzioni politche nei processi evolutivi e come tali vanno studiate. Per quanto non appartengano alla sfera propria della catallassi è tuttavia necessario razionalizzare la violenza e l’uso della coercizione per limitarli al minimo possibile. Che ci piaccia o meno l’uso e l’abuso della forza sono componenti della natura umana con cui è necessario fare i conti, non basta semplicemente dire che sono un male. La catallassi può dispiegarsi solo se l’ordinamento politico e sociale può trattenere le forze del “distruttivismo” (per usare un’espressione di Mises).

    Storicamente l’affermazione pratica e l’enforcement dei diritti di proprietà, il rispetto dei contratti come la risoluzione delle controversie non sono collocabili in una sorta di spazio vacuo ma hanno seguito le alterne vicende dell’evoluzione delle istituzioni politiche.

    Un’ipotesi anarchica per non essere utopica o non ridursi a mero flatus vocis deve quindi rispondere a numerose domande sia circa l’evoluzione passata, sia sul come raggiungere obbiettivi che si prefigge. E la maggior parte degli ultralibertari mi sembrano piuttosto lontani da questo.

  9. 9

    andrea Says

    @Leonardo

    da medico mi è già capitato di dover dare notizie tragiche, infauste. L’ho sempre fatto con la massima empatia che mi è possibile. Se lo sai fare e lo sai dire e soprattutto lo fai capire e prospetti anche un comportamento, un’azione da intraprendere, qualcosa che possa volgere la realtà a favore del malato o del ferito grave, ho sempre riscontrato, spesso meravigliandomene, che la stragrande maggioranza delle persone reagisce in maniera “positiva”, fattiva. A volte mi sono sentito ringraziare per la chiarezza perché partecipe e non distaccata.
    Se c’è un tumore o la perdita irrimediabile di una funzione, è doveroso informare, acquisire un consenso davvero consapevole e poi agire per il meglio.
    Se il nostro Paese è doveroso gravemente malato, bisogna dirglielo con chiarezza perché sono sicuro che capirà.
    Sono le stesse persone di buon senso comune che incontro per strada o quando si rivolgono a me nel momento del bisogno. Informare significa rispettare. Farlo con verità significa volerne il bene, esser solidali.
    Il manifesto di cui sopra non dice la verità. Ripropone le solite osservazioni banali che sentiamo dal 1994. Propone di curare un tumore metastatizzato con terapie palliative.
    Non mi interessa una soluzione del genere. Che almeno si dica al paziente che non serviranno a nulla.
    È proprio la realtà che viene celata e negata. La realtà è tutto ciò che abbiamo.
    Si dica, invece, come stanno le cose. Si abbia rispetto per il prossimo. Non abbiamo a che fare con dei minus habens.
    Non sono un utopico. Né amo le rassicuranti ideologie, i pacchetti alla inclusive con tutte le domande e tutte le risposte preconfezionate.
    Ma non accetto le mezze verità di certe proposte farlocche.
    La scuola austriaca è onesta. Né sentivo il bisogno.

  10. 10

    Leonardo Says

    Che cappottino! 😀 Non perderò comunque tempo a leggere l’ennesimo manifesto.

    Guarda Andrea, io chiaramente considero le teorie austriache come le più in grado di penetrare l’economia, ma non direi che sono “oneste”; ogni teoria elaborata con onestà intellettuale – errori concettuali a parte fatti in buona fede – è onesta; le teorie austriache comunque mi risultano le più “penetranti” e, su vari aspetti, complete (ma non direi che non c’è più niente da studiare ed evolvere).
    Oneste in realtà sono le persone, e in tal senso anche tra gli austrofili a volte sono incerto dell’onestà individuale.

    All’intelligenza di ognuno capire quando davanti si ha un onesto con idee non complete o precise o aderenti alla realtà, o chi dice mezze verità per altri fini.

    Riguardo Giannino, io so che quel che dice in pubblico è una parte di quel che pensa davvero; d’altra parte se dicesse tutto non avrebbe spazio alcuno sui media di massa. Che sia comunque meglio dire come stanno veramente le cose, sono d’accordo con te, ma siamo in due – tre con Silvano e quattro cinque con altri che qui su IHC alzeranno la mano – e probabilmente perché sappiamo che in un mondo onesto noi avremmo ancora un futuro… ma noi siamo noi…

    Per tornare al topic: l’onestà è anche porsi una domanda come quella di Silvano, che da parte di chi è “schierato” è scomoda o aprioristicamente inutile, ma che sarebbe disonesto negare. Il bel mondo futuro dei libertari a oltranza è robusto? L’idea di uno Stato (eccessi attuali a parte ben spiegati nella loro genesi da Mises) è antitetica a quella di libertà o è un adattamento ai limiti dell’anarcocapitalismo?
    La mia risposta è la miniarchia, ma già qui si è discusso di come per qualcuno la stessa miniarchia sia negativa e si debba puntare alla pura anarchia… chi lo dice sarà onesto?

  11. 11

    andrea Says

    Anche io sono per lo stato minimo. Lo scrissi già che non riesco a condividere la pars costruens di Rothbard e compagni. Anche io credo che l’istituzione statuale abbia preso piede perché funzionale. Ma quel manifesto è una minc…ata pazzesca.
    Sull’ onestà intellettuale di chi propone una teoria hai ragione: non disputandum est.
    Cmq anche se mi scaldo un po’, non sono ancora un carbone ardente.

  12. 12

    biagio muscatello Says

    @ Andrea
    “Si dica come stanno le cose”.
    Credo che, almeno su questo blog, è un pezzo che si dice come stanno le cose. I miei interventi qui sono un po’ saltuari, ma credo di aver detto l’essenziale, in relazione al tema di Silvano. Personalmente, mi pongo sulla scia di Hume e Hayek, oltre che di Menger (opportunamnete ricordato da Silvano).
    1) Nel corso dell’evoluzione umana, varie forme di stato e di regimi politici sono nati, hanno avuto successo e sono decaduti. Alcuni di essi hanno accompagnato forme di sviluppo economico straordinario, altri sono sopravvissuti tra gli stenti, altri ancora sono stati travolti da colossali inefficienze.
    Vi è tuttavia una costante, ben sottolineata da Weber: il concetto di legittimità ha fondamenti soggettivi; nessun regime politico si reggerebbe senza un consenso (espresso in qualsiasi forma). La stessa mafia non esisterebbe in un contesto che non la legittimasse di fatto.

    2) L’attuale situazione politica italiana.
    E’ il risultato della nostra storia, remota e prossima. Le idee hanno le loro conseguenze; le azioni producono i loro effetti. E gli errori producono sempre effetti nefasti, anche se a volte risparmiano individualmente chi li ha commessi. L’uso della libertà è benefico, solo se è ispirato a principi morali (Tocqueville, Hayek).
    Tutti sotto il mantello del Vaticano, allora?
    No. La morale di cui si parla non è eteronoma: è invece il risultato degli insegnamenti della storia, che ciascuno autonomamente deve imparare a tradurre in azioni coerenti (adeguato rapporto mezzi-fini, capacità di relazionarsi positivamente con gli altri e trarne profitto, nel rispetto di regole valide per tutti).
    La nostra situazione politica è la risultante di tutti i nostri errori, della nostra incapacità di analizzare la realtà, della carenza di senso civico – e, a mio avviso, anche della tendenza tutta cattolica ad aspettarsi sempre da qualcun altro salvezza e solidarietà.

    3) E che c’entra tutto questo col manifesto incriminato (al quale ho aderito)?
    Certo, un programma, finché non viene realizzato, rimane un pezzo di carta. Conoscendo alcune delle persone che l’hanno promosso, ho motivo di credere che la sua ratio sia da condividere. Apparentemente, sembra un compromesso; ma la sostanza va nella direzione auspicata (non solo da me). E non è keynesismo.

  13. 13

    Leonardo, IHC Says

    @Andrea
    Per essere come quell’idiota devi “studiare ignoranza” ancora molto 😀

  14. 14

    andrea Says

    Non conosco personalmente il carbone ardente, ma ho cominciato ad approfondire la conoscenza della scuola austriaca partendo dal suo sito. Gli riconosco grande passionalita’ e coerenza. Talvolta può sembrare arrogante, ma conosco quelli di Massa e Carrara, e sono solo un po’ più maledetti degli altri toscani.

    In passato firmato molte petizioni e manifesti e referendum radicali. Il motto era un piccolo passo nella direzione giusta e fai quel che devi accada quel che può.
    Insomma, riforme e battaglie nonviolente.
    Battaglie, impegno h24. L’ho fatto anche io su singole battaglie. Su singoli temi.
    Nella tradizione radicale di accogliere qualsiasi compagno durante il viaggio.

    Molte illusioni e molte delusioni. Ma c’era molta più concretezza.
    Ricordo soprattutto i referendum economici. Quello era un programma dirompente. Lo dimostrarono le reazioni anche violente.

    Resto della mia idea sul manifesto promosso da Giannino.
    Non credo che gli intellettuali coinvolti riusciranno a fare di più di ciò che non fecero i Martino Pera ed altri liberali con Berlusconi.
    Ne spiega bene le ragioni Ostellino nel suo Stato canaglia.
    A me pare solo un’operazione di facciata per interessi di conservazione dello stato attuale dei rapporti di forza tra fazioni. C’è una prateria nell’ astensionismo di centrodestra e molti cominciano a piantarci le tende.

    Come stanno le cose andava scritto nel manifesto.
    Ed è ovvio che tutto dipende da noi e dalla nostra storia e dalla assenza di cultura e storia liberale nel nostro paese. Non è un caso che Ostellino sia tollerato a pagina 40 del giornale del salotto buono e un Mucchetti sia assai più spesso in prima.

    Locke Hume l’illuminismo empirico scozzese non mi sono ignoti. Così come Berlin Rand Camus Ernesto Rossi e tanti altri del panorama non ideologico liberale.

    Sono probabilmente un disilluso. Ed oramai convinto che in questo paese ci si potrà salvare solo a livello individuale. Magari approfittando di qualche dritta di buon senso qualche passionale trader austriaco.

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