Te Lo Dico Io, il Valore Giusto dello Yuan!
July 24th, 2007 by Leonardo
L’Economist del 21 giugno ci avverte: il Senato USA ha proposto una legge per sanzionare i paesi con un tasso di cambio “disallineato rispetto ai fondamentali”; ne consegue che nel futuro saranno gli USA a dirci qual è il tasso di cambio giusto!
Un po’ per correttezza politica, un po’ per ragioni pratiche, gli USA preferiranno valutare la lontananza del tasso di cambio dal suo valore “corretto” invece di andare a cercare i “manipolatori”; allo stesso tempo il FMI ha annunciato nuovi criteri per monitorare direttamente le “manipolazioni”. Questa differenza già sul principio del controllo da effettuare fa da contrappunto all’incertezza direttamente sul livello “corretto” del tasso di cambio: a seconda della metodologia lo yuan, ad esempio, può risultare allineato oppure sottovalutato fino al 50%.
Sì, va bene che questa storia è solo una scusa degli USA per opporre politiche protezionistiche alla Cina su base “scientifica”, evitando così gli strali di FMI e WTO e chi altri, ma anche una scusa deve essere credibile, e guardando la variabilità dei risultati direi che la credibilità della proposta USA risiede solo in un positivismo che tradisce se stesso.
Il problema, credo sia chiaro, non è legato allo stato dell’arte econometrica; il problema è concettuale: l’aver dimenticato cosa sia un “prezzo di mercato” e quanto questo sia legato all’idea di “prezzo corretto”.
I tassi di cambio attuali non sono valori di libero mercato, ma è il libero mercato che deve venir preso come paradigma! In questo senso un approccio “austriaco” può fornire una cornice concettuale del “disallineamento del tasso di cambio” significativa per “l’an” pur non del “quantum”. Ma in realtà quanto ci deve veramente interessare il “quantum”? Un intervento distorsivo del mercato è per definizione efficace, e comunque il fatto che non sia efficace subito non garantisce per il futuro (né per la tempistica né per la magnitudine degli effetti). È pertanto più opportuno capire se vi siano “fonti di distorsione” e intervenire eziologicamente, invece che impelagarsi in misurazioni contradditorie (e probabilmente ognuna con una propria rispettabile ratio).
Il paradigma: la moneta è un bene, scambiabile con altri beni compreso se stesso su un orizzonte temporale potenzialmente infinito; c’è chi la domanda e chi la offre, c’è quindi un mercato che fa un prezzo (in questo caso in termini di valuta estera). In un libero mercato, domanda e offerta derivano da una pluralità di soggetti in assenza di posizioni dominanti (soprattutto ex lege); questi soggetti agiscono in risposta alle proprie esigenze di detenzione di valuta, esigenze che nascono da personali scale di priorità bisogno e valore; il prezzo della valuta (tasso di cambio) in un libero mercato è quindi espressione diretta di un equilibrio generale quale risposta a istanze individuali. Non vedo miglior definizione di tasso di cambio “corretto”. Come per il modello Modigliani-Miller, è il paradigma stesso che ci dice dove il mondo reale è imperfetto, e quindi dove si può trovare la causa del disallineamento rispetto all’ottimo. In questo caso mi soffermo su una delle possibili cause, cioè la presenza di una posizione dominante (essenzialmente ex lege), cioè lo Stato.
A differenza della massa di operatori individuali lo Stato è consapevole di poter agire sul tasso di cambio, in forza della mole di risorse che può muovere per lo più tramite una Banca Centrale, e può impostare interventi volti a “modificarlo” o “manovrarlo” slegati da vere esigenze transative o di portafoglio. Se la massa degli operatori è price-taker, almeno lo Stato è conscio di poter agire in qualche modo come price-maker. In effetti il FMI è nell’ottica giusta, volendo cercare gli interventi posti scientemente ad influenzare il tasso di cambio prescindendo da esigenze transative di copertura.
Uno Stato può intervenire modificando quindi la domanda di valuta (propria ed estera) direttamente inserendosi sul mercato con (pesanti) posizioni di acquisto o vendita eventualmente mediate da operazioni su titoli di debito (al proposito, l’emissione di titoli di debito a copertura della spesa pubblica è di per sé legittima, in quanto rappresenta una domanda di fondi, o più in generale valuta, a copertura di effettive transazioni reali; ben diverso è invece, appunto, l’intervento sul mercato secondario). Su questo il FMI pone la propria attenzione.
In realtà lo Stato interviene giornalmente anche sul lato dell’offerta, attraverso interventi sui tassi ufficiali e pure creazione di Base Monetaria (in termini misesiani, attraverso fiat money e circulation credit). Credo che questo fatto non venga ufficialmente valutato, perché tutte le Banche Centrali sono creatrici nette di offerta di moneta, chi più chi meno, e questa pratica è funzionale alla comune ottima politico-economica di stampo keynesiano interventista anche a livello monetario; la dottrina interventista non può perdere uno dei suoi strumenti solo perché inquina il tasso di cambio, quindi se si ha un problema su quest’ultimo (come ammesso da USA e FMI) è comunque “opportuno” tacere sul fatto che ogni Stato distorce giornalmente i dati emettendo moneta (e quindi modificando arbitrariamente i rapporti di scarsità tra valute), con una mirabile prova di ipocrisia.
Ai fini della ricerca dei “disallineamenti” dei tassi di cambio basterebbe quindi calcolare le differenze tra i tassi di crescita dell’offerta delle varie valute (che comprendono anche gli effetti delle politiche sui tassi di interesse e sulla Base Monetaria), e si troverebbe chi sta (al netto) operando sul lato dell’offerta; basterebbe poi sapere quali Stati operano direttamente sul mercato incidendo sulla domanda delle valute (ci dovrebbe già pensare il FMI, per quanto dichiarato), e il quadro sarebbe completo, e forse non scapperebbe proprio nessuno Stato oltre che la cattiva Cina; se poi si vuol sapere chi è più cattivo tra i cattivi, prima chiediamoci se a questo punto serva davvero saperlo.


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Jacopo Says
Ottimo pezzo. Sono d’accordo pienamente sul concetto da te espresso. Più volte mi è capitato di parlare di concorrenza “sleale” della Cina sui mercati occidentali. Si tira in ballo sempre i dazi insufficienti, lo sfruttamento del fattore lavoro, l’imitazione (legale) di prodotto.
Mai però ci si accorge che il punto fondamentale sta nella moneta…
Ps Correggere Modiglioni con Modigliani.
Jul 25th, 2007 at 6:15 pm
L.Baggiani Says
ModigliONI perché è grosso…
Grazie Jacopo.
Permettimi di stressare il finale: la stessa fiat money comporta per natura la distorsione del tasso di cambio.
Rispetto al giro di crisi valutarie del ‘97 ‘98 c’è questo fatto nuovo: prima le distorsioni erano volte a mostrare una forza del tasso di cambio artificiosa, adesso si gioca a indebolirlo ed è molto più facile in quanto si può creare fiat money virtualmente all’infinito.
Più avanti magari provo a inserire questo in un reminding sulle crisi del ‘97 e ‘98…
Jul 26th, 2007 at 10:13 am
Paolo Says
Molto interessante il pezzo.
Ci vorrebbe un diagramma per avere sempre sottocchio i settori in cui il fiat-money ha effetto distorsivo.
Bisognerebbe creare una definizione nuova per il concetto del mercato nell’era del fiat-money.
Jul 26th, 2007 at 3:52 pm
L.Baggiani Says
Paolo,
forse volevi dire i settori che subiscono di più il fiat money, perché nessuno ne è immune… Però ti dico una cosa: le aziende che hanno moltiplicato più velocemente gli utili negli ultimi 5 anni sono le Banche… guarda caso quelle più vicine alla fonte del fiat money… anche su questo il crucco Mises aveva visto benissimo.
Non ho capito la tua idea di definizione nuova del mercato; io sto lavorando su una definizione nuova di PIL in seno alla visio monetarista.
Jul 27th, 2007 at 8:07 am
Paolo Says
Attendo con ansia la ridefinizione di PIL
Più che di nuova definizione di mercato, estenderi le tipologie di scambi operati in regime non concorrenziale soggetti a cartelli di oligopoli. Non vedo molti ambiti dell’economia nei quali esistano ancora (forse non ci sono mai state) le condizioni di concorrenza.
Quello che mi chiedo è, se i prezzi, anche della moneta, sono influenzati o in larga parte determinati da oligopoli, che senso ha ragionare in termini di equilibrio tra domanda e offerta?
Jul 27th, 2007 at 10:31 am
L.Baggiani Says
Attenzione: una analisi di equilibrio tra domanda e offerta non significa che debba esser solo in concorrenza perfetta; in oligopolio esistono meccanismi diversi, ma sempre domanda e offerta trovano un equilibrio che sia spontaneo o forzoso (prezzo politico basso e offerta limitata creano razionamenti, ed è una soluzione per quanto orrenda che l’URSS aveva trovato, un monopolista cerca il prezzo che gli consente il maggior utile, e alzandolo riduce la domanda complessiva e quindi arriva ad un equilibrio dove domanda=offerta).
Jul 27th, 2007 at 10:44 am
L.Baggiani Says
Per risponderti al resto riprendo quanto ho scritto nell’articolo: la concorrenza perfetta non è su tutti i mercati; il problema non sono i monopoli naturali ma quelli legali, in quanto anche nei primi valgono i principi concorrenziali (non conta che ci siano molti offerenti a scannarsi, basta anche uno che sa di non poter approfittarsi della situazione per non creare spazi a potenziali concorrenti).
Per gli altri casi si deve considerare la concorrenza perfetta come il paradigma, la pietra angolare per capire quanto il mercato non sia efficiente come dovrebbe. Le teorie neokeynesiane partono da questo, ad esempio. Questo in termini di studio; in termini di rappresentazione del mondo non è comunque detto che il risultato finale si discosti troppo, ma dipende sempre dal fine dell’analisi e dalla sua estensione.
Una cosa che non mi stancherò mai di dire: le elaborazioni teoriche possono essere troppo schematiche o apparire semplicistiche, ma sono la base, il paradigma, il metro di quelle reali. Senza un punto di riferimento nemmeno si può ragionare in termini propri, si può eventualmente solo descrivere.
Jul 27th, 2007 at 10:53 am