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Tira Fuori i Soldi (e l’Inflazione)!

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March 23rd, 2009 by Leonardo

1,139 Views - Segnala questo Articolo/Pagina

di Leonardo, IHC
 
Spesso blatero sulla liquidità che le banche avrebbero “nascosto” presso le Banche Centrali, liquidità che resta ferma a fare non si sa cosa e che se immersa nel sistema sarà foriero di rilevanti spinte inflazionistiche. La mia idea è sempre stata che si tratti di risorse “coccolate” da direzionare in qualche modo sul mercato dei titoli di Stato, quale indispensabile aiuto agli straordinari impegni di spesa dei Governi.
Avendo trovato qualche numero, provo a scandagliare meglio la situazione.

 
Su dati BCE la base monetaria è passata da circa € 800 miliardi di inizio 2007 ai poco meno di € 900 miliardi di metà 2008 (più di un 8% annuo di crescita). A metà 2008, come sappiamo, c’è stata l’ufficializzazione della crisi in Europa; nell’ultimo trimestre la base monetaria è saltata a oltre € 1.200 miliardi di inizio 2009, con un incremento dal 2007 di oltre il 20% annuo. I depositi presso la BCE (Deposit Facility), remunerati al Refi meno un punto percentuale (in alcuni periodi ridotto invece di solo mezzo punto), sono stati quasi nulli fino ad ottobre 2008, per poi crescere improvvisamente fino oltre i € 300 miliardi del gennaio 2009.
Credo che valga molto la pena sottolineare la coincidenza dei numeri: la base monetaria a fine 2008 cresce di almeno € 300 miliardi (da € 900 miliardi a € 1.200 miliardi), e i depositi presso la BCE crescono di pari misura nella stesso periodo. Se è una coincidenza è una coincidenza strana. Ma siccome si è assistito da più parti ad inviti alle banche a fare il proprio lavoro (prestare) quando a loro, di soldi, ne venivano offerti a iosa, ed intanto l’interbancario si era inaridito, è ragionevole corretto concludere che i soldi in deposito erano un semplice travaso della “nuova moneta stampata” per l’occasione dalla UE. E se vengono travasati chiaramente non entrano nell’economia e non si moltiplicano come credito.
In altri momenti ho lamentato la “sconsideratezza” della politica dei tassi della BCE, quel suo ridurre lo “sconto” del tasso di deposito (Depo) rispetto al Refi da un punto a mezzo punto, in quanto questo avrebbe ridotto il costo del prendere soldi dalla BCE per poi parcheggiarli presso la BCE stessa (per i dettagli si dia un occhio qui e qui risalendo ai link collegati). È pertanto interessante verificare che la riduzione di questo “costo” da uno a mezzo punto sia durata da settembre a dicembre 2008, tempo che corrisponde al periodo di crescita da zero a € 300 miliardi dei depositi. Possiamo infine dare un occhio al rendimento reale di questi depositi, cioè il tasso Depo depurato dell’inflazione (stimata con l’indice europeo HICP), scoprendo che tale rendimento è stato sempre negativo tranne nel solito periodo da settembre a dicembre 2008. Insomma le condizioni economiche perché la nuova base monetaria rimanesse ferma presso la BCE c’erano veramente tutte.
 
Ma a cosa interessa a noi di tutto questo? Ci interessa molto in realtà, perché come si muove la moneta incide sull’inflazione. In particolare tutta la moneta che “non entra nell’economia” perché invischiata nella Deposit Facility è moneta che non comporta effetti inflazionistici sui prezzi. E in effetti nel momento in cui il rapporto tra i depositi e la base monetaria comincia a crescere si osserva un più forte rallentamento dell’inflazione europea, un rallentamento che essenzialmente si sta bloccando negli ultimi mesi, in coincidenza con la riduzione del rapporto depositi/base monetaria.
Appunto, cosa sta accadendo adesso? Accade che, forse anche visti i ridicoli risultati di questa politica espansiva (si sono resi più sostenibili debiti come i mutui attraverso gli effetti sull’euribor, ma i “pesci piccoli” hanno cominciato a trovare le porte chiuse per nuovo credito, mentre sicuramente l’aver depositi presso la BCE, dopo aver ottenuto quei fondi dalla stessa BCE in cambio di titoli di dubbio valore, ha alleggerito moltissimo il rapporto tra rischio e capitale di vigilanza delle banche), la base monetaria comincia a rientrare. Siamo ora a € 1.050 miliardi di base (che è sempre un +20% nell’ultimo anno), contro € 95 miliardi di depositi, il che significa a marzo 2009 un netto di circa € 100 miliardi di nuova base monetaria entrata “in circolazione” da inizio 2008.
Diciamo che a fine 2008 tutto quanto veniva creato dalla BCE le ritornava come depositi, un enorme giro di denaro “lontano dai mercati finanziari” ottimo per giustificare i bassi (ma non nulli) effetti inflazionistici della politica della BCE; nel 2009 la BCE ha provveduto a “drenare” liquidità riducendo la base monetaria, il che si è tradotto in realtà in una riduzione dei depositi, che però si sono ridotti di circa € 100 miliardi in più rispetto alla base monetaria; d’altra parte nel 2009 il differenziale Refi-Depo è risalito all’1% e il Depo reale è tornato negativo, quindi si sono creati dei motivi di convenienza economica a impiegare diversamente questi soldi.
 
Questo dimostra che non ero un visionario nel dire che espandere l’offerta di moneta sarebbe stato inutile perché il sistema soffre di mancanza di risparmio (ricchezza) reale e non di mezzi di pagamento (moneta). Né ero un visionario a sostenere che le manovre sullo spread Refi-Depo avevano effetti rilevanti sulla destinazione della liquidità bancaria; in particolare, ridurre questo spread ha funzionato da “esca” sulla liquidità bancaria: utile per i bilanci delle banche ma inutile per il resto dell’economia.
Adesso c’è però il problema che quel sostanziale “pareggio” tra le variazioni dei depositi e della base monetaria, che salvo effetti del moltiplicatore dei depositi privati non ha lasciato spazio per afflussi sui mercati (in specie quelli di titoli di Stato), si è “rotto” creando nel 2009 una prima liberazione di liquidità, per la verità ancora piuttosto limitata.
In attesa di ulteriori sviluppi su questo fronte, si potrebbe in tutta questa analisi trovare le motivazioni della ricerca di strumenti “non convenzionali” della politica della BCE: gli strumenti usuali non sono serviti a molto in termini di sviluppo del credito privato, quindi diventa necessario cercare qualcosa di nuovo.
 
In realtà la BCE ha dimostrato una discreta velocità di manovra, e come visto il Depo è diventato adesso davvero bassino per giustificare il parcheggio di centinaia di miliardi di euro… La BCE pare possa letteralmente tirare lo sciacquone all’improvviso e poi far scaricare abbastanza velocemente, e forse si sono create adesso le condizioni perché lo sciacquone possa andare meglio a segno. E se va a segno, cioè sui mercati, non saranno solo i prezzi dei Bund a salire.
 
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30 Responses to “Tira Fuori i Soldi (e l'Inflazione)!”

  1. 1

    Prometeo Says

    Ottimo pezzo molto interessante!

    quindi… non solo le banche hanno beneficiato dei vari piani di salvataggio ma ora tengono per balle i governi ed i “proles” detenendo la manopola dell’inflazione, o sbaglio?

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    yes

    quando crei cascate di soldi e queste vanno in giro, chi le possiede assume comunque un potere.

    tipo quando gli USA hanno creato i surplus commerciali asiatici, hanno messo le palle in mano ai cinesi (e ora si lamentano)

  3. 3

    Franco Marinelli Says

    Gentile Leonardo, sono un neofita appassionato di scuola austriaca. Le rivolgo una domanda che poco ha a che fare con il post qui sopra e riguarda i prezzi e i profitti secondo i marginalisti. Se è vero che i prezzi non riflettono il lavoro e i costi di produzione, ma la scarsità e l’utilità soggettiva, mi vuole spiegare come mai i prezzi sono sempre più alti dei costi di produzione e danno quindi sempre origine a profitti? Perchè il profitto non deve essere redistribuito al lavoratore che è il legittimo produttore?

  4. 4

    Leonardo Says

    1) Perché se i prezzi fossero minori dei costi non ci sarebbe la produzione e non ti saresti accordo di niente. Se la domanda è come continuino a esserci profitti con costi crescenti, la risposta è che il produttore per produrre vuol un certo profitto e alza quindi il prezzo, la domanda si adatta riducendosi per il valore che attribuisce al bene in relazione alla sua reperibilità (scarsità e prezzo).

    2) la domanda è fuorviante: il profitto è in un certo senso redistribuito attraverso lo stipendio. Se mi stai chiedendo perché l’imprenditore (malvagio chiaramente) non distribuisce parte degli utili finali ai lavoratori, potrei dirti che qualche azienda in realtà lo fa, e lo farebbero molti di più se la contrattazione di secondo livello non fosse stata osteggiata finora dai sindacati. Se in realtà la tua domanda è “perché l’imprenditore consegue un sovra-guadagno facendo lavorare gli altri” ti potrei dire che se lui non avesse organizzato l’azienda gli altri non lavorerebbero quindi in buona parte se lo merita. Se non ti tornano le dimensioni del riparto, è un altro problema, si tratta di valori e su questo non credo ci possa essere una risposta univoca

    Comunque puoi dire tranquillamente che sei un comunista e fare le domande che vuoi, mica ti caccio dal sito.

  5. 5

    Germanynews Says

    Marinelli è un caro amico del liceo che sta tentando di disintossicarsi dalla cultura marxista…Frank, quello che ti ha detto Baggiani è già sufficiente, ma penso di poter aggiungere ancora qualcosa: Quello che non va nella teoria marxista dello sfruttamento come la intendi tu è che non si riconosce il cosiddetto fenomeno della preferenza temporale come spiegato da Boehm-Bawerk. Ovverosia, il fatto che il lavoratore non riceve il “valore totale” del suo lavoro non ha niente a che vedere con lo sfruttamento, ma riflette solo il fatto che è impossibile per un uomo scambiare “beni futuri” con “beni presenti” senza pagare un interesse. Se il lavoratore decidesse di recuperare autonomamente il “valore totale” del suo prodotto, ciò significherebbe attendere più a lungo per accedere ai prodotti di consumo, ma il lavoratore vuole- molto giustamente- l’uovo oggi e il capitalista gli dà questa possibilità assumendosene il rischio!

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    Franco ti ho risposto male sul punto 1). Una risposta “marginalista” più chiara è che l’aumento dei costi di produzione disincentiva la produzione stessa, per cui l’impresa tenderà a contrarre l’offerta, l’indotta maggior scarsità spingerà la domanda ad adattarsi prezzando di più il bene, quindi consentendo all’impresa di veder alzare il prezzo finché non ristabilisce il suo congruo margine di profitto. Il fatto che il mercato non sia perfettamente concorrenziale però lascia spazio al meccanismo come ti avevo già spiegato, che è quello del mark-up. Alla fine però è sempre un adattamento congiunto.

  7. 7

    Franco Marinelli Says

    Mmm, dunque. Mi è chiaro ciò che dice Giò e mi convince abbastanza, meno quello che dice Baggiani che in realtà mi parla d’altro e non giustifica l’esistenza del profitto. Gli austriaci sostengono che sarebbe improprio pensare che quanto più si dà al capitale tanto meno si dà al lavoro, e viceversa. Cioè che non siamo di fronte ad una torta che si possa equamente dividere. Anche ammettendo che i profitti siano legittimi (e la spiegazione offertami mi convince), resta il fatto di determinare in che misura lo siano…

  8. 8

    libertyfirst Says

    Leonardo: stai confondendo il markup con il profitto lordo. Il markup c’è solo in concorrenza imperfetta, mentre il profitto lordo c’è sempre in quanto la produzione richiede tempo e quindi contano le preferenze temporali di cui parla Germanynews.

    C’è una sola cosa da aggiungere al commento di Germanynews, e cioè come dalle preferenze temporali si arriva automaticamente ad un tasso di profitto lordo.

    Tolgo di mezzo i lavoratori per mostrare che il ragionamento vale per ogni fattore di produzione (lavoro compreso). Supponiamo che, se io affitto il primo Gennaio un trattore a 9,500$, dopo un anno avrò dieci tonnellate di grano da vendere a 10,000$. E’ evidente che se faccio questo investimento guadagno 500$, ma da dove vengono? Vengono dal fatto che il trattore oggi vale 10T di grano, ma grano tra un anno, che ha meno valore del grano disponibile subito. Quindi il trattore vale l’intero suo prodotto (essendo l’unico fattore di produzione), ma scontato del tasso di interesse.

    Se i fattori di produzione sono più di uno, occorre dividere tra i vari fattori originali: lavoro e terra. Ma il prodotto del lavoro e della terra è sempre prodotto futuro, e quindi la loro remunerazione è sempre inferiore al valore complessivo del bene finale che contribuiscono a produrre. La differenza è il profitto lordo.

    In sostanza il lavoratore possiede tutto il valore del proprio lavoro, ma il frutto del proprio lavoro vale meno del prodotto finale perché il prodotto finale è un prodotto futuro e quindi il valore presente va scontato col tasso di interesse di mercato.

    Ne deriva che il tasso di profitto è fissato dalle preferenze temporali, e come tutti i prezzi di mercato il valore che si ha dipende dalla domanda e dall’offerta del bene in questione: in questo caso il bene è l’attesa, cioè il dare risorse oggi per poterle riavere indietro a produzione conclusa. Se le persone risparmiano di più, si avrà una maggiore offerta di “attesa” e quindi ci saranno più investimenti, e quindi i tassi di profitto scendono; se si risparmia di meno, il tasso di profitto aumenta.

    Se si pone un tetto ai profitti (trascurerò rischi e inflazione e parlerò di profitti reali risk-free, per semplicità), si ha un controllo dei prezzi che provoca carenza di offerta: ad un tasso troppo basso i prestatori non risparmiano a sufficienza per poter offrire credito ai prenditori, e quindi sia prenditori che prestatori starebbero meglio a tassi di profitto maggiori, ma non possono perché sarebbe illegale.

    PS Non ho parlato di profitto netto, che in teoria all’equilibrio è nullo, e non ha nulla a che fare col profitto lordo sul piano logico teorico: la terminologia credo risalga a Ricardo, e all’epoca ancora non si sapeva perché il capitale rendesse un reddito al proprietario. Sarebbe meglio parlare di profitto (all’equilibrio nullo), che non c’entra nulla con le preferenze temporali, e rendimento (diverso da zero anche all’equilibrio) legato al tasso di preferenza temporale e dipendente dal tempo di produzione.

  9. 9

    libertyfirst Says

    PPS Il premio per il rischio è una componente aggiuntiva del tasso di interesse che non ha nulla a che fare con la preferenza temporale, ma dipende dalla domanda e dall’offerta di non-rischio (parlare del rischio come un bene non ha senso: quello che si compra è la certezza, non il rischio). La logica è identica a quella di qualsiais altro prezzo, ma la ratio teorica è diversa dal rendimento (profitto lordo).

    PPPS (Completiamo l’opera) Il profitto netto invece è un reddito da disequilibrio: se un bene ha più valore di quanto costa chi lo produce prende un sovra-reddito, ma la sua azione imprenditoriale fa ridurre i margini fino ad annullarli (tendenzialmente). D’altra parte, quando un bene costa più di quanto vale (più spese che ricavi, attualizzate al presente) si hanno delle perdite, che indicano che le risorse vanno impiegate altrove. Profitti e perdite esistono solo fuori dall’equilibrio e servono proprio a dare indicazioni agli imprenditori su come dirigere la produzione. Tutti possono guadagnare profitti: se accetto un lavoro a 30,000€, che in realtà varebbe 25,000€, sto guadagnando un profitto perché alloco una risorsa dove nessuno si era accorto che sarebbe stata maggiormente utile precedentemente. In genere ovviamente si parla di profitti per gli imprenditori capitalistici, ambito in cui il concetto è sicuramente più importante.

  10. 10

    Franco Marinelli Says

    Ecco, sì. Ancora meglio di quello che ha detto Giò..La differenza che sottolinei tu tra “interesse” e “profitto” è quella mi pare di J.B. Say, nevvero?
    Non mi è invece chiaro quando parli dell’attesa e genericamente ti riferisci a del”le persone”…
    Quindi il rischio non sta tra le ragioni del profitto?

  11. 11

    libertyfirst Says

    Il rischio è una delle due componenti del profitto, perché un’impresa rischiosa deve remunerare l’imprenditore altrimenti non la fa. Ma sono due processi economici diversi, rischio e preferenze temporali, anche se vengono “prezzati” entrambi nel tasso di interesse. In un mondo di produzione istantanea ci sarebbe solo profitto da rischio, e in un mondo di certezza ci sarebbe solo profitto da attesa: nel mondo reale ci sono entrambi.

    Non so cosa dicesse Say, però diciamo che, all’equilibrio e in assenza di rischio, interesse e profitto lordo sono uguali. O meglio, sono la stessa cosa.

    Supponi infatti che l’interesse sia il 5%, e che il trattore che darà 10,000$ tra un anno costa 9,000$ oggi. Allora io prendo 9,000$ in banca, compro il trattore, aspetto, vendo il grano, prendo 10,000$, ne do 9,500$ alla banca e ho 500$ di profitto puro, non lordo.

    Questa situazione non può durare: se infatti tutti chiedono trattori e tutti producono e vendono grano, alla fine ci sarà un nuovo equilibrio, ad esempio che il trattore costa 9,200$ e il trano 9,800$, in modo che si guadagna sempre il 5%.

    Alla fine quindi interesse e rendimento deveono essere uguali.

    Ma in realtà sono la stessa cosa: un bond che rende il 5% è potere d’acquisto di grano futuro, e un trattore è capacità di produzione del grano futuro.

    Quindi il trattore e il bond devono il loro valore attuale allo stesso fenomeno: le preferenze temporali.

  12. 12

    libertyfirst Says

    “Non mi è invece chiaro quando parli dell’attesa e genericamente ti riferisci a del”le persone””

    Non ho capito cosa non è chiaro, però:

    1. Io so pilotare un trattore e produrre grano, ma non ho soldi.

    2. Tu hai soldi ma non sai cosa è un trattore.

    3. Io chiedo a te 9,500$ per il trattore e ti prometto 10,000$ tra un anno come ricompensa.

    Questa ricompensa è per la tua attesa: tu potresti ad esempio andare 2 mesi in crociera ai Caraibi ad Aprile, ma i tuoi soldi invece li hai dati a me, quindi io ti ricompenso la non-crociera di oggi con 500$ extra a fine anno.

  13. 13

    Franco Marinelli Says

    Le preferenze temporali erano chiarissime…Non mi è molto chiara l’inferenza seguente, forse salti un po’ di passaggi logici:
    “Ne deriva che il tasso di profitto è fissato dalle preferenze temporali, e come tutti i prezzi di mercato il valore che si ha dipende dalla domanda e dall’offerta del bene in questione: in questo caso il bene è l’attesa, cioè il dare risorse oggi per poterle riavere indietro a produzione conclusa. Se le persone risparmiano di più, si avrà una maggiore offerta di “attesa” e quindi ci saranno più investimenti, e quindi i tassi di profitto scendono; se si risparmia di meno, il tasso di profitto aumenta”
    Ciò vorrebbe dire che chi presta soldi per il trattore risparmia di meno, sacrifica la propria vacanza ai Caraibi e aumenta il proprio tasso di profitto (che sarà pari a 500$) per l’anno successivo?

  14. 14

    libertyfirst Says

    Non proprio.

    Cominciamo da un’analisi di equilibrio parziale: il tasso di rendimento e di interesse sono dati (e uguali: equilibrio e assenza di rischio).

    Io posso decidere: o do in prestito, e quindi vacanza tra un anno 500$ tra un anno; o non presto, e quindi vacanza oggi. La mia scelta è tra quindi due opzioni, e sono preferenze temporali…

    Ora togliamo l’analisi di equilibrio parziale e andiamo in equilibrio generale: le preferenze temporali sono date ma non il prezzo dell’interesse, che rimane uguale al rendimento.

    Se io aumento i miei risparmi aumenta l’offerta di risparmio, e quindi ci sono più beni presenti da usare per produrre beni futuri. L’aumento dell’offerta di risparmio fa aumentare gli investimenti e riduce interessi e rendimenti (che sono la stessa cosa).

    Se al contrario aumento i miei consumi, riduco l’offerta di beni presenti disponibili per produrre beni futuri, e quindi riduco gli investimenti e aumento i rendimenti e l’interesse.

    Esiste un tasso di interesse a cui domanda e offerta di credito si uguagliano. A questo tasso ci saranno persone che domanderanno beni presenti per produrre beni futuri, e altri che offriranno beni presenti in cambio di beni futuri. Ad alti tassi c’è tanta offerta di beni presenti ma non c’è domanda; a bassi tassi c’è domanda ma non c’è offerta (io non posticipo le mie vacanze di un anno per guadagnare 0.1$, ma magari per 500$ lo faccio). All’equilibrio domanda e offerta sono uguali.

    Nella posizione di equilibrio nessuno ha incentivo a domandare o offrire di più o di meno, e l’economia si stabilisce in quel punto, che in realtà non si ottiene mai però è conveniente come costrutto teorico.

    Nell’economia i prenditori di fondi sono:

    - i lavoratori, perché lavorano con strumenti di produzione che saranno solo in futuro beni finiti
    - le aziende, perché si indebitano per produrre

    I prestatori sono:

    - i risparmiatori, e con questo intendo sia chi va in pensione e ha un fondo, le aziende che non distribuiscono ma reinvestono gli utili, i ricchi che non consumano tutto…

    Il tasso di interesse è fissato dal prenditore e dal prestatore marginale: il primo uscirebbe se il tasso salisse, il secnodo uscirebbe se il tasso scendesse.

  15. 15

    libertyfirst Says

    PS L’io dell’equilibrio generale sarebbe un banditore walrasiano… senza questa nota parrebbe che sto facendo un equilibrio generale con agenti price maker…

  16. 16

    Germanynews Says

    A’ Frank, ci sei o ci fai?!? L’interesse, ovverosia il profitto, si determina secondo i normali meccanismi della domanda e dell’offerta. Questi sono i fondamentali! E’ chiaro, no, adesso?!? Quando c’è maggiore offerta di posti di lavoro rispetto alla domanda significa che i tassi sono troppo alti e che quindi i lavoratori non sono disposti allo scambio. Viceversa quando c’è parecchia richiesta, ma non c’è sufficiente offerta significa che i tassi sono troppo bassi e il datore di lavoro non acconsente allo scambio del bene presente per il bene futuro. Dai, mi pare chiaro. Che c’è che ti turba?? In reatà, come hai studiato in microeconomia, l’equilibrio non esiste (è una tesi perfettista, direbbe Ricossa), perchè il mercato, per quanto possa essere in tensione verso l’equilibrio, è sempre (per fortuna) in disequilibrio. Troppi sono i fattori che alterano le condizioni di partenza. Ecco perchè tutte le teorie “ceteris paribus” sono in qualche modo farlocche…
    Ci siamo?!?
    (Pietro correggimi se sbaglio!) :)

  17. 17

    libertyfirst Says

    Es ist richtig. :)

  18. 18

    libertyfirst Says

    Io non darei farlocche: direi logiche. Isolare un elemento e capire come funziona aiuta a capire la realtà. Se poi la realtà è più complicata non è perché la teoria è sbagliata, è che la teoria è necessaria ma non sufficiente a capire tutti i dettagli.

  19. 19

    Germanynews Says

    Vero. Ho solamente voluto semplificare…

  20. 20

    Franco Marinelli Says

    Sìsì, è chiaro, per carità. Non mi è però comunque chiaro per quale ragione il rapporto tra capitale e profitto non sia una torta e quindi per quale ragione non sia criticabile chi propone di togliere al capitale (che spesso non viene destinato agli investimenti, ma a rendite parassitarie) per dare al lavoro…

  21. 21

    libertyfirst Says

    Se si riduce la remunerazione del capitale si riducono i risparmi perché non c’è più incentivo ad investire. Il risultato è che l’accumulazione di capitale ne viene rallentata e la produttività del lavoro smette di crescere, e con essa i salari.

    Se la punizione per i risparmiatori è sufficiente, i risparmi scendono sotto il livello necessario al mantenimento del capitale, e i salari cominciano a scendere man mano che il capitale si consuma. Se non si va abbastanza a fondo ci si contenta di tenere il salario fisso anziché avvantaggiarlo con il progresso capitalista. In ogni caso si riduce la crescita, e la cosa nel lungo termine è pagata da tutti sotto forma di reddito inferiore e di tempo di lavoro maggiore per ottenere lo stesso livello di prosperità.

    PS I più importanti capitalisti sono probabilmente i lavoratori che risparmiano per la pensione. Come investitori istitruzionali, i fondi pensione sono estremamente grandi, e scommetto che pesano più dei (pochi) ricchi che investono magari in hedge funds. La divisione sociologica delle funzioni economiche è inaccurata.

  22. 22

    Leonardo, IHC Says

    Caro Franco,

    tu vedi la torta finché ragioni in “due dimensioni” dimenticando che esiste il tempo, che il mondo non finisce domani e che quello che produrrai domani dipende da quanto investi oggi.
    E’ un errore comune in tutte le teorie principali, non solo di quelle marxiste.

  23. 23

    libertyfirst Says

    Ripensandoci c’è un episodio storico in cui la percentuale di reddito legata al lavoro era molto superiore a quella legata al capitale: la crisi del ‘29.

    Dal ‘29 al ‘33 la quota del monte salari passò dal 65% allo 85% del PIL, e il risultato fu il collasso economico.

    In quel caso il problema era Hoover che faceva pressioni per non tagliare i salari, pensando che se i salari fossero scesi sarebbe diminuita la domanda keynesiana e quindi la crisi sarebbe peggiorata. Successivamente Roosevelt istituzionalizzò il tutto e infatti la disoccupazione rimase al 20% fino al 1941.

    Il problema fu che la crisi bancaria del ‘29 (o meglio, la successione di crisi bancarie, che andò avanti fino al ‘32) distrusse l’offerta di moneta, e quindi l’unico equilibrio economico possibile era prezzi inferiori e salari nominali inferiori. Con salari fissi, non si potè compensare la riduzione dei ricavi con una riduzione dei costi, e la domanda di lavoro collassò, provocando una disoccupazione enorme.

    Ma c’è di più: aumentando la quota di PIL destinata ai salari e riducendo quella destinata agli interessi, di fatto si rese antieconomico l’investimento, e quindi nessuno aveva incentivo a intraprendere piani di produzione, a domandare lavoro, e ad impiegare i beni capitali inutilizzati.

  24. 24

    Leonardo Says

    Ricordo il tuo post in merito, breve e carino. Lo linki qui?

  25. 25

    Leonardo, IHC Says

    Franco,

    parli di rendite parassitarie… ma secondo te un imprenditore illuminato dove trova i soldi per finanziare la sua impresa in cui poi distribuirà parte consistente dell’utile ai suoi dipendenti? li può prendere solo da chi li ha.

    li chiami parassiti perché tengono i soldi su un conto o in un deposito o in una obbligazione e campano sugli interessi? (domanda seria, vorrei sapere come ti figuri tu la situazione) Non hai mai pensato che quel deposito non crea soldi dal nulla con cui pagare l’interesse al parassita, ma questo deriva dall’aver finanziato una attività produttiva, una attività reale, che ha dato lavoro a qualcuno?

    il mondo è chiuso: o spendi o risparmi; se spendi crei domanda dato il livello di produzione, se risparmi metti a disposizione risorse perché la produzione si allarghi. Le teorie classiche e quella austriaca erano consce di questo e cercavano un equilibrio tra i due aspetti (logiche e conclusioni sono un altro problema), cosa totalmente disconosciuta dalle altre teorie che tendono a sostituire un problema reale concreto e oggettivo (risparmio e sostenibilità della produzione, quindi anche dell’occupazione) con un problema di valori (tanto a uno, tanto all’altro, secondo un qualche principio ideale).

    Tu puoi benissimo porti problemi di valore (sei un uomo, non un registratore di cassa), ma non lasciare che questo ti offuschi la visuale su fatti e meccaniche, sarebbe come progettare un motore in quanto bello fregandosene se funziona.

  26. 26

    libertyfirst Says

    Sono contento che qualcuno ricordi i miei post, ma non ricordo di aver fatto un post in merito. Di che parlavo?

  27. 27

    Leonardo, IHC Says

    il titolo era “what if…?”

  28. 28

    libertyfirst Says

  29. 29

    libertyfirst Says

    What if…?
    Secondo voi, cosa succederebbe ad un’economia se, a partire dall’anno X, la quota di salari in funzione del PIL seguisse questo andamento:

    * X 0: 65%
    * X 1: 70%
    * X 2: 75%
    * X 3: 85%

    Beh, la risposta non è poi tanto difficile:

    * Gli investimenti si bloccherebbero per eccesso di costi di produzione
    * La disoccupazione salirebbe per crollo dell’apparato produttivo

    Se si impedisse ai salari reali di scendere, si impedirebbe all’economia di riprendersi.
    Ovviamente, X=1929.

    Fonte: Banking and the business cycle, Chester Phillips, 1937, pagina 177.

  1. 1

    Monsieur Trichet, che sorpresa! La BCE si allinea alla Fed : Giornalettismo

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