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Un Pensiero a Scholes, un Pensiero a Scalfari

March 25th, 2008 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc

 

Colgo l’occasione di una serie di articoli di Libertyfirst per dire due parole sullo stato del ciclo italiano e sulla neutralizzabilità dell’intervento statale sul mercato finanziario.

 

Vorrei premettere che se le Banche Centrali si astenessero dal ruolo di facilitatori del credito e dispensatori di liquidità ad libitum, oltre che di calmieratori del ciclo economico e arbitri dell’evoluzione inflazionistica, tanti problemi non ci sarebbero, se non altro perché l’interpretazione dello stato dell’economia riposerebbe su segnali non inquinati da alcuna volontà terza rispetto a quella di chi sul mercato lavora per vivere senza voler gestire un qualche potere divino.

A questo riguardo occorre stigmatizzare le analisi ufficiali che partono dalla sbornia creditizia omettendo il fatto che il credito al pubblico deriva da quello concesso dalla Banca Centrale alle banche commerciali, e che queste ultime non possono creare niente se non c’è prima un’apertura dall’alto (più credito disponibile o a tassi minori); non far presente questo è o ignoranza economica o disonestà intellettuale (nel secondo caso, però, c’è da capire che molti non vogliono dar contro al “capo” e rischiare la carriera).

 

Detto questo, faccio una breve osservazione sulla dichiarazione di Scholes (commentata qui da Libertyfirst) secondo cui basterebbe che la Banca Centrale intervenisse sul mercato in modo “equilibrato” tra equity e bond per evitare qualche effetto sperequativo collaterale in seno ad una politica espansiva.

Detta in breve, mi pare una boiata. L’interventire sui bond ha un senso, nella logica keynesiana per lo meno, perché incide sui tassi di mercato quale volano di consumi e investimenti, lasciando che la domanda di azioni si riequilibri così come il resto dell’economia; l’acquisto di bond (a tasso fisso, se no non ha senso) da parte della Banca Centrale implica la riduzione del loro rendimento, quindi parlare di un “guadagno netto” per i possessori di bond mi pare un po’ semplicistico. Ne segue che, per principio, il voler “riequilibrare” centralmene un processo di riequilibrio automatico acquistando equity è un controsenso anche in un’ottica keynesiana, mentre per un liberista è solo una somma di errori (è il meccanismo solito per cui lo Stato interviene, fa danni, e reinterviene per sistemare i nuovi danni, e così via).

Più nel dettaglio, si tratta prima di distorcere l’economia riducendo i tassi di interesse pilotando il prezzo a pronti dei bond (che però sarà sempre per definizione coerente con il nuovo livello dei tassi), e poi sparare liquidità aggiuntiva creando (attraverso acquisti) una scarsità relativa sui titoli di capitale e quindi un vero fiat-capital-gain.

Oltre a questo, Scholes si è posto il problema dell’esercizio dei diritti di voto sulle azioni acquistati dalla Banca Centrale? Si è domandato se pure l’astensione dal voto non sia una distorsione della struttura del potere decisionale delle assemblee? Per dirla in un modo fico: Scholes ha considerato le implicazioni di corporate governance discendenti dalla sua proposta? Mah…

 

Ma ora passerei alle mie osservazioni sull’affermazione di Scalfari (commentata sempre da Libertyfirst) per cui siamo in una situazione di “inflazione da offerta”.

La definizione di Scalfari è corretta… da un punto di vista italiano, non in assoluto: il rialzo del prezzo delle materie prime non discende principalmente (o per nulla) da una contrazione dell’offerta, bensì da un incremento della domanda vuoi per la crescita di nuovi acquirenti vuoi per l’evoluzione del processo inflazionistico (come ho ricordato qui); da un limitato punto di vista italiano, che guarda a quel che entra senza sapere da dove viene, si rileva solo un semplice aumento del prezzo delle materire prime che in qualche modo si scaricherà sui prezzi dei prodotti finiti in Italia, appunto una “inflazione da offerta” o più precisamente una “inflazione da costi”.

Qualcuno potrebbe obiettare che è la domanda ad apprezzare i prodotti e non l’impresa in base ai costi di produzione. Questo è vero finché vengono mantenuti dovuti margini di profitto; infatti se l’aumento dei costi rende la produzione scarsamente profittevole al prezzo indicato dalla domanda, cioè se si creano fenomeni di “marginalizzazione”, la conseguenza logica è la contrazione dell’offerta, da cui l’incremento dei prezzi. Oltre a questo vanno considerati, caso per caso, i diversi gradi di (in-)elasticità della domanda dei beni che permettono vari gradi di pass-through dei costi e quindi di inflazione dei prezzi (specialmente quando la materia prima incriminata è “pervasiva” nella struttura produttiva nazionale).

L’utilizzo dell’equazione degli scambi (MV=PQ) per analizzare “classicamente” il problema è un po’ scorretto, perché sottende la sostanziale stabilità di V e Q il che ha un senso nel lungo termine ma non nel breve, dove V e Q sono normalmente instabili. Dato ciò, guardando l’equazione in termini di tassi di variazione (m+v= π+q) e con un’ottica meno “classica” e più “monetarista”, l’inflazione “da costi” (accelerazione di π) si accompagna ad un ridimensionamento dell’offerta (q) oppure alla riduzione del risparmio a fronte di rigidità della domanda pur di sostenere le maggiori spese (quindi con spinte al rialzo dei tassi per scarsità di risparmio, da cui l’incremento di v), e questo senza considerare un’eventuale accelerazione dell’offerta di moneta (m) che sarebbe coerente con una “lotta” della Banca Centrale per tenere i tassi bassi. I due lati dell’equazione degli scambi posso trovarsi in equilibrio anche senza coinvolgere l’offerta di moneta.

Esiste cioè un meccanismo di “inflazione da costi” che si trasmette tramite le rigidità della domanda, che quindi fa perno sul risparmio e, in modello, si scarica su V. A ben vedere il processo inflazionomico USA inficia proprio l’equilibrio tra consumo e risparmio, rendendo il secondo insufficiente; allora l’opinione scalfariana sottende in realtà (almeno in parte) non l’import di prezzi più alti, bensì il drenaggio del risparmio italiano verso il gorgo della Fed (che storna il tutto a JP Morgan per salvare Bear Sterns, magari).

Perdere keyesianamente di vista il risparmio come volano della produzione è il peggior servizio che portavoce e critici della Politica, come Scalfari, stanno facendo ai cittadini.

 

Per il resto leggete i commenti di Libertyfirst.


13 Responses to “Un Pensiero a Scholes, un Pensiero a Scalfari”

  1. 1

    Libertyfirst Says

    il mito dell’inflazione da costi deriva dall’idea keynesiana che finchè c’è capacità inutilizzata l’economia risponde senza variare i prezzi, e quindi realmente e nominalmente allo stesso modo. Nel mio vecchio post su IHC sui capitali submarginali mostravo come l’analisi era errata e la recente lettura della general theory m’ha confermato che Keynes semplicemente non capiva il meccanismo di formazione dei prezzi dei beni capitali, con un'”efficienza marginale del capitale” che usciva fuori dal nulla.

    Non so perchè ma ormai credo che solo in Italia si riesce a ricorrere ad analisi del genere… e non è la prima volta che mi ci imbatto.

  2. 2

    Leonardo, Ihc Says

    Non credo che in quanto ho scritto sopra sia ritrovabile un’analisi keynesiana.

  3. 3

    Libertyfirst Says

    mi riferivo a Scalfari. e ad altre cose che spesso si leggono.

  4. 4

    Leonardo, Ihc Says

    Ah, credevo mi stessi dando del Keynesiano… sai cosa rischi!
    Però devi ammettere che un meccanismo di inflazione da costi (che non sia la situazione attuale, o che lo sia latu sensu) è possibile.

    Ma la cosa che mi ha più colpito è quello che ha sparato Phelps.

  5. 5

    Libertyfirst Says

    Se ti riferisci a questo, direi che Phelps ha sostanzialmente detto che le teorie di Lucas e un po’ tutta l’economia matematica si basano su un errore epistemologico nell’interpretazione del concetto di rischio.

    C’è da chiedersi se da questo casino se ne uscirà (1) facendo finta di niente, (2) con una nuova matematica, (3) austriacamente, (4) post-keynesiamente*. Non so perchè, ma penso che la (3) si può escludere, anche perchè c’è relativamente poco lavoro accademico (cioè pubblicato) sui mercati finanziari tra gli austriaci, quindi non credo ci sarà un paradigm shift filo-austriaco per questo motivo.

    * I post-keynesiani sono quelli di cui parlo nella recensione della general theory.

  6. 6

    Leonardo, Ihc Says

    NO, mi riferivo a quello che hai riportato tu (e che ho ricommentato).
    Io non mi preoccuperei dei postK, ma dei neoK che come hai già indovinato si stanno riproducendo. D’altra parte quanto c’è casino nel mondo si cerca qualcosa di esotico per uscirne, qualcosa di nuovo e raffinato, come appunto i modelli neoK, mica si ha il coraggio di dire “buttiamo tutto a mare e ricominciamo per bene”.
    La boutade di Phelps sul comprare sia bond che azioni, non so perché, ma mi pare una bella deriva neoK.

  7. 7

    Libertyfirst Says

    Ma non era Scholes?

  8. 8

    Leonardo, Ihc Says

    OPS
    scholes

  9. 9

    Prometeo Says

    […]non l’import di prezzi più alti, bensì il drenaggio del risparmio italiano verso il gorgo della Fed (che storna il tutto a JP Morgan per salvare Bear Sterns, magari)[…]

    E’ questo il cuore della faccenda. Il “fiat-money” in forma di fiat-credit, genera un drenaggio di risparmio. Anche BCE accetta (dalla Spagna per ora…) morgage-backed assets senza valore o quasi ed immette liquidità e credito, con il medesimo meccanismo della FED anche se per ora in forma meno esasperata.

    La ricchezza finanziaria creata dal fiat money viene risucchiata dai soggetti rimasti solventi, che sono proprio coloro che hanno inventato il giocattolo.

    Henry Paulson, l’ex numero uno di Goldman Sachs e pro tempore ministro del Tesoro USA, alla commissione del Congresso statunitense, in materia di estensione anche alle investment banks dei criteri di vigilanza tradizionalmente applicati alle banche commerciali ha gettato nel panico gli azionisti delle Big Five.

    Ma si tratta di un “gioco”. Paulson “doveva provarci”, doveva almeno far finta di giocare col Tesoro USA e non contro… ma la partita è truccata e l’arbitro ha una pistola alla tempia.

    Le investment banks fanno le regole, le BC le applicano, le banche commerciali le seguono.

    I governi giocano.

  10. 10

    Leonardo, Ihc Says

    … e gli economisti e giornalisti scherzano.

  11. 11

    Prometeo Says

    Lo dicevo che Paulson scherzava :)

    Ieri sera c’è stata la più grande applicazione dello sportello-discarica della Federal Reserve da parte dei suoi ex colleghi posti ai vertici delle Investment Banks statunitensi, i quali non hanno avuto timore alcuno nel portare la loro carta straccia agli uomini di Bernspan, ricevendone in cambio sonanti titoli del Tesoro USA per ben 75 miliardi in un solo giorno allo stratosferico tasso dello 0,33 per cento, anche se gli sventurati ne avevano chiesti 86 di miliardi e sempre di dollari.

  12. 12

    Tommaso Says

    Mi sa che Scalfari per inflazione da offerta intendeva quella da PROFITTI, variazioni cioè del mark-up (io lavorando nel marketing me ne occupo quotidianamente, il pricing è una delle famose leve…).

    Sull’opportunità di un investimento dello Stato nel capitale di rischio mi trovi concorde: si spiazza l’iniziativa privata, è ovvio. Ma una eccezione secondo me c’è: gli aiuti di Stato in quelle imprese in crisi ma che, due diligence e piano industriale alla mano, possono risollevarsi ed essere poi rese al mercato.

  13. 13

    Leonardo Says

    Mi chiedo, Tommaso, perché in tal caso i privati non avrebbero fiutato l’affare da soli; non nego che ci possano essere i casi, ma sarebbero ad esempio i casi in cui solo lo Stato può ovviare a dei vincoli che invece hanno i privati, come vincoli legali che lo stesso Stato ha creato… un cane che si morde la coda

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