Un Tempo “Ragionevole”
November 18th, 2011 by Leonardo
Lo scorso 27 ottobre la Confcontribuenti di Pisa ha organizzato un incontro attorno al libro “Tutti gli errori di Keynes” (traduzione dall’originale di Hunter Lewis); hanno relazionato Cuccu, Taradash, il colto Silvano, e il prof. Cubeddu dell’Università di Pisa. Quest’ultimo ha in qualche modo “giustificato” la proposta keynesiana: le teorie liberali non sapevano (e non sanno tutt’ora, specialmente quelle austriache) dire in quanto tempo il mercato può risollevarsi da una crisi, mentre in quel contesto di gravissima recessione le teorie di Keynes offrivano (correttamente o meno, è un altro discorso) la prospettiva di un tempo “ragionevole” di recupero.
Cosa significhi “ragionevole” in economia, è stata la domanda del vostro affezionatissimo; ne è seguita una articolata risposta di Cubeddu su cui voglio riflettere.
La mia domanda era un po’ “cattiva”, in quanto sottolineava che si stavano accostando ad un processo in qualche modo “tecnico” costituito da “fatti” economici – decisioni individuali che si muovo in base ai segnali del mercato, volte prima a smontare attività sub-marginali e poi a riallocare le risorse in base a nuove e più solide convenienze, e che necessitano di tempi “tecnici” propri – il termine “ragionevolezza” che ha a che fare con un giudizio cioè con un argomento di “valore”.
Cubeddu ha ben spiegato cosa significasse allora un tempo “ragionevole”: a parte la profondità della crisi in sé, partita a fine anni ‘20, questa avrebbe molto probabilmente rafforzato le derive dittatoriali nazional-socialiste (appunto in quel momento l’Italia volgeva al fascismo, la Spagna al Franchismo la Germania al nazismo, la Russia al comunismo); il problema politico, una minaccia concreta alle conquiste democratiche che era solo questione di “tempo”, non poteva venir affrontato con teorie che lasciavano aperta la possibilità di una ripresa economica solo nel medio periodo, in qualche modo ben oltre le aspirazioni individuali di un miglior futuro entro una certa parte della propria vita. La visione di Keynes aveva il merito (unico, direi) di far sperare le persone in una soluzione economica in un tempo per loro “sostenibile”, in altri termini “ragionevole”, e in modo da non dar adito a rivendicazioni o sovvertimenti politici che andassero ben oltre la lesione (magari temporanea) dei principi del lasseiz fair fino alle dittature socialiste.
Spiegato e contestualizzato il significato di “ragionevolezza”, Cubeddu ha comunque ammesso che la supposizione di politiche keynesiane solo temporanee è effettivamente fallace; d’altra parte è chiaro a tutti – e più volte rimarcato su questo sito – che una macchina che vive di consenso come lo Stato ben difficilmente può ritirare uno dei suoi strumenti appunto di raccolta di consenso quali la spesa pubblica diretta o interventi di stimolo/protezione di particolari industrie.
Cubeddu ha poi sottolineato come la maggior complessità dell’economia attuale (l’incremento dei passaggi finanziari e industriali per arrivare al prodotto/servizio finale, oltretutto intrecciati a livello internazionale, ma anche l’ampliamento delle scelte individuali possibili e delle modalità di formazione delle aspettative) rispetto a quella degli anni ‘30 rende di fatto oggi impossibile per lo Stato il poter indirizzare il sistema economico – agendo anche sulle aspettative – verso un certo risultato: il keynesismo (post- e neo-) non ha ancora recepito il crollo di potere effettivo del suo Stato-agente sull’economia. Inoltre diventa sempre più chiaro che sono ben pochi gli argomenti in cui un singolo soggetto (tralasciando la limitatezza della sua conoscenza) può prendere una decisione in nome di tutti gli operatori. Lo Stato stesso ha bisogno di una profonda revisione della sua struttura e dei propri compiti (volendo, questo incontra le mie conclusioni pubblicate nel capitolo “The Influences of Savings and Investments on Sustainable Development and the Role of Information Technology” e riprese in “Knowledge Problem and Emerging Economies” di prossima pubblicazione, secondo cui lo Stato non può più permettersi di dirigere un’economia ma deve limitarsi ad un ruolo quasi di consulenza ed esempio).
Sinteticamente, Cubeddu conferma che nel contesto da cui è nata la Teoria Generale di Keynes si ha una “confusione” tra fatti e valori ma dovuta al particolare contesto storico-politico; in tal senso, Keynes qui ha operato più da politico che da economista. Data questa lettura, si può comprendere perché le analisi di Hazlitt prima e Lewis poi rilevino una gran massa di incoerenze e contraddizioni all’interno della Teoria Generale: in quanto programma politico necessita di una coerenza con i fini che si vogliono raggiungere piuttosto che con un sistema logico “esterno” come la scienza economica; si potrebbe allora anche smettere di combattere sul piano economico le “teorie” (post- e neo-) keynesiane, svelandone la natura per lo più politica in contrasto con la materia che si millanta di voler studiare. Peccato che il mondo scientifico non sia disposto ad ammetterlo, finendo per premiare gente come Krugman.
Ma Cudebbu è andato oltre, ed è arrivato ai tempi nostri non solo sottolineando l’impossibilità per i sistemi politici e burocratici di gestire l’attuale complessità economica (si legga bene: se lo Stato e le sue regole non riescono a gestire il mondo attuale, la soluzione non sarà sicuramente in ulteriori regole e uno Stato più grande), ma sollevando – da filosofo sociale – un ulteriore aggravamento del tema della “ragionevolezza” dei tempi di recupero. Se nel medioevo nessuno si aspettava un mutamento di status, di condizioni di vita, neppure nello spazio di più generazioni, con il passare dei secoli e con gli sviluppi sociali ed economici si sono aperte prospettive di miglioramento di status nell’arco anche di poche generazioni (“faccio questo per sperare che i miei nipoti abbiano una vita migliore”), che sono diventate vere e proprie attese se non pretese su orizzonti temporali sempre più corti (“faccio questo per garantire un certo futuro ai miei figli”) fino a comprendere frazioni della vita individuale (“faccio questo perché avrò questo status al momento della pensione, o tra trent’anni, o tra dieci, o cinque…”).
Questa rincorsa della velocità di progressione di status implica una progressione della valorizzazione del tempo, e quindi un mutamento continuo del concetto di tempo “ragionevole” per ottenere un certo risultato. Il pericolo negli anni ‘30 di derive totalitariste e massimaliste era legato appunto al corrente stato di progressione del valore della “ragionevolezza”, per cui per la maggior parte non si era più disposti ad un sacrificio in vista di un miglioramento (uscita dalla crisi e recupero – con gli interessi magari – del benessere iniziale) nell’arco addirittura della propria intera vita. La proposta di Keynes forniva prospettive allineate alle attese, o pretese, di una soluzione entro un tempo “ragionevole” cioè compreso in un orizzonte sufficientemente “breve”.
Su questo non può non aver agito, come mi pareva che pure Cubeddu suggerisse, l’accorciarsi dell’orizzonte temporale della politica. Non azzarderei un nesso causale unidirezionale, in fondo i politici – almeno nei sistemi democratici – sono espressione della popolazione stessa e quindi dei valori di quest’ultima, ma direi che sicuramente l’incapacità della classe politica di ragionare su tempi lunghi e la tendenza a massimizzare il consenso a breve termine ha esacerbato, con le sue promesse, la costante restrizione del concetto di “ragionevolezza” dei tempi di evoluzione dei fatti fino a cozzare in modo definitivo con i tempi “tecnici” dell’economia (si legga anche l’ultima parte del pezzo di Silvano di due giorni fa). Benché non fornisca indicazioni precise in termini di tempo “fisico”, il pensiero austriaco è – temo – l’unico strumento intellettuale che permette di cogliere questo problema e tradurlo nel conseguente avvicendarsi di cicli economici.
Il mondo post-2000 è chiaramente il proseguimento delle tendenze pre-esistenti, per cui la “ragionevolezza” ora copre un arco di tempo ancora più corto, misurabile probabilmente in pochi anni. Se da una parte Cubeddu ha sottolineato che le condizioni di vita attuali non sono per nulla paragonabili a quelle della Grande Depressione – fatto che dovrebbe “in teoria” escludere una rincorsa keynesiana a una veloce soluzione – dall’altra occorre considerare i più restrittivi termini di “ragionevolezza” correnti che in qualche modo “anticipano” i pericoli di violente derive nazional-socialiste (su cui opera, come già qui ha scritto Silvano, la falsità redistributiva dell’attuale welfare State). Ri-contestualizzando i termini di “ragionevolezza” è secondo me ben spiegabile come il keynesismo continui ad essere il faro della politica economica nonostante l’elettore medio non sia ridotto, come nel ‘29, a mendicare per strada.
Fuori dal problema politico – e il conseguente “abbaglio sociale” che la politica fa di tutto per alimentare – resta un fatto: la Teoria Generale di Keynes considera il risparmio, in quanto non-consumo, come deleterio per l’economia; per recuperare questo problema si suggerisce una maggior spesa pubblica o uno stimolo al consumo privato finanziato dall’emissione di nuova moneta, con quest’ultima considerata “buona come genuino risparmio”. Pretendere di curare un eccesso di risparmio creando (dal nulla) proprio ulteriore risparmio, non è economia ma solo cabaret politico.


francesco Says
“Benché non fornisca indicazioni precise in termini di tempo “fisico”, il pensiero austriaco è – temo – l’unico strumento intellettuale che permette di cogliere questo problema e tradurlo nel conseguente avvicendarsi di cicli economici”
Come?
Nov 18th, 2011 at 1:31 pm
Leonardo, IHC Says
Rendendo giustizia del fatto che l’economia, come insieme di azioni degli individui che partecipano, ha bisogno di un certo tempo per arrivare da una condizione A a una condizione B, e che questo tempo è determinato dalle caratteristiche dell’economia (tecnologie disponibili, istituzioni presenti, struttura della conoscenza…) per cui non sono possibili “accelerazioni” semplicemente in base a una volontà superiore qualsiasi.
Il passasggio da un movimento “drogato” dalle spinte monetarie ad un assetto “sano” passa necessariamente da un periodo di crisi (greco: transizione) che prevede anche una fase recessiva; la sua durata dipende dall’entità degli squilibri da risolvere, e non è nelle disponibilità operative di alcuna élite.
L’austrismo non può dire quanto tempo debba durare questa crisi, ma ha il pregio di rilevare che questa deve esserci e che non ci si può illudere di poter accorciare i tempi a piacere.
Allo stesso modo, la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni - sempre che siano motivate da effettive capacità - non implica poter stabilire una tempistica certa tanto meno poter sperare di bypassare i passaggi per “far prima”. E tanto più il sistema non è “sano” bensì distorto da interventi “dall’alto” tanto più facile è che i tempi diventino “insoddisfacenti”.
Ci si deve arrendere ai tempi propri dell’economia; la pretesa di molte altre scuole di enunciare quale corso d’azione debbano avere i Governi spessissimo implica la possibilità (fallace) di modificare il sentiero temporale degli eventi stessi; crederci signifca illudersi.
Un parallelo è con la forza di gravità: il peso è massa per accelerazione gravitazionale; posso essere insoddisfatto del mio peso, ma questo non implica che io possa aspirare in alcun modo a ridurre l’accelerazione gravitazionale a piacere per ottenere, a parità o addirittura con maggior massa, una riduzione di peso. La gravità sarà irragionevole ma non è prescindibile, così come i tempi dell’economia possono essere irragionevoli - insoddisfacenti - ma sono imprescindibili (salvo scontare ulteriori conseguenze).
Nov 18th, 2011 at 1:50 pm
Biagio Muscatello Says
Ricordiamoci che non fu Keynes il protagonista del New Deal, ma Roosevelt (e, prima ancora, Hoover). Keynes constatò e sopravvalutò, da buon empirista - con scarse cognizioni ‘teoriche’ (secondo Schumpeter e Hayek) - gli effetti espansivi di breve periodo delle politiche promosse; e diede una formulazione teorica a tali politiche, che poi è diventata la base delle successive politiche (’keynesiane’, dopo la morte di Keynes).
Se ho ben capito, la spiegazione-giustificazione di tali politiche (Cubeddu) sarebbe da ricercare nella paura del contagio delle derive totalitarie.
Ma le teorie economiche errate producono sempre effetti nefasti. E più a lungo sono rimandate le necessarie liquidazioni, più drammatiche diventano le loro conseguenze (Hayek e Mises). E, come ricorda giustamente Leonardo, i governi e gli stati non possono pretendere di esorcizzare i guasti di lungo termine (conseguenze ’secondarie’) prodotti da politiche efficaci nel breve periodo.
Nov 19th, 2011 at 12:47 am
Silvano Says
E’ vero Roosvelt ed il suo staff erano influenzati principalmente da economisti che inquadravano la crisi come un fenomeno si sovrapproduzione strutturale connesso con la natura dell’economia capitalista. Però Keynes era “keynesiano” già da prima (si passi il gioco di parole), non direi che è soltanto una specie di teorizzazione a posteriori. La TG non la vedo come l’inizio di un percorso intellettuale, rappresenta piuttosto una fase terminale o comunque di maturità (questo a prescindere dalla valenza del contenuto) dell’autore. Le idee di Keynes per quanto riguarda le proposte di policy le ritroviamo già negli scritti e negli interventi degli anni ‘20 e dei primi anni ‘30 in The economic consequences of Mr. Churchill, The end of laissez faire (1926), Means to Prosperity (1933) e nei vari scritti ed interventi.
L’impianto teorico era raffazzonato, però sugli effetti nefasti della deflazione della sterlina ai valori prebellici aveva ragione. Viceversa diverrà un oracolo quando si tratterà di giustificare la spesa pubblica. E questo conferma il fatto che i governi ascoltano un po’ chi gli pare a seconda delle convenienze…
Nov 21st, 2011 at 9:53 am
Leonardo Says
Ecco il paper sulla knowledge economy http://www.irma-international.org/viewtitle/64242/
Mar 1st, 2012 at 10:17 am