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Avrete sicuramente sentito della fantastica soluzione americana di una “bad bank”, cioè una “bancaccia”, che si faccia carico del peggior letame ancora in pancia alle banche private, permettendo loro di tornare a operare normalmente. Più o meno si tratta di qualcosa di analogo alla “bad company” del caso CAI-Alitalia (e già da qui si intuisce che non può esser che una bella porcata). A parte l’evidenza che ormai nessun Paese si fa mancare qualcosa di “bad” cioè “robaccia” da rifilare ai contribuenti, visto il fatto che negli USA sembrano voler presentare qualcosa di “leggermente diverso”, vale la pena farci due parole prendendo il caso USA come esempio, a mo’ di monito per altre simili iniziative (come in discussione adesso in Europa), ricordando da subito che “niente si crea e niente si distrugge”, cioè che le perdite non si dissolvono, si possono solo scaricare su qualcun altro, e sempre qui si va a finire.
L’origine del problema sono il monte di titoli-letame senza nemmeno più un mercato e fermi sul bilancio delle banche (USA, nel caso) a rendere poco, assorbire capitale, e comportare svalutazioni e perdite, senza poterli in alcun modo liquidare. La bancaccia, comprandosi questo letame, liquida il problema delle banche che così liberano capitale, puliscono il bilancio e (si spera, ma non è così certo) tornano a far girare l’economia (ma vista la congiuntura, secondo voi, le banche si liberano di un letame e vanno prendersene altro? Non sarei così fiducioso, ma per stavolta andiamo oltre).
Due grossi problemi: quanto letame prendere, e a che prezzo (visto che non c’è più mercato)? Siccome nessuna banca vuol rivelare quantità e qualità del proprio letame (il rischio è di diventare un paria del mercato, con il rischio anche di venir “espulsi”), la bancaccia deve studiare una strategia che pur “sparando nel mucchio” selezioni da sola gli acquisti. I rischi sono di “strapagare” il letame o di spalarne poco.
Teoricamente il prezzo corretto di un titolo è dato dal valore attuale degli incassi cui dà diritto decurtato dal rischio di default (nel qual caso non s’incassa nulla). È stato calcolato che il valore lordo dei mutui privati USA sia poco oltre i $ 10.000 miliardi, di cui almeno un terzo già garantiti da FreddieMac e FannieMae (ex garanti parastatali, ora statali e basta, e quindi già sul groppone del contribuente) e circa un terzo originati nel famigerato segmento subprime. Quest’ultimo segmento è considerato l’origine del problema (su IHC si è detto più volte che la questione è molto più ampia, ma anche su questo, per stavolta, sorvoliamo) e vale, con una stima molto conservativa, più o meno $ 2.000 miliardi (che è il doppio di quei $ 1.000 miliardi spacciati fino a poco tempo fa, tanto per apprezzare come non ce l’abbiano mai raccontata, e probabilmente ancora non ce la stiano raccontando, giusta su questa crisi). Il problema del default di questo letame è in teoria risolto dall’annessa garanzia ipotecaria, ma questa garanzia stessa vale quanto vale l’immobile; l’indice dei prezzi immobiliari Case-Shiller ha finora perso più del 20% rispetto alla media 2005-2007, e per riportare i prezzi delle case ad un livello “normale” rispetto agli affitti questo calo dovrebbe, pare, raggiungere il 40%. Allora la probabilità di default è del 40% (cioè la parte “scoperta” dalla garanzia immobiliare), e quindi il prezzo “corretto” per i mutui subprime è mediamente di 60 centesimi per ogni dollaro di valore nominale, per un totale di $ 1.200 miliardi.
Un punto rilevante è che questo “prezzo” è un prezzo medio, perché i mutui hanno chiaramente rischiosità diverse, probabilità di default diverse e quindi prezzi diversi. Se la bancaccia offrisse quindi un prezzo medio (il teorico 60 centesimi per dollaro) per acquistare solo parte di quei nominali $ 2.000 miliardi, rischierebbe assolutamente di acquistare la tranche peggiore dei subprime che, scontando un rischio di default superiore, varrebbe meno di 60 centesimi per dollaro, quindi rischierebbe di “strapagare” il letame, e la differenza costituirebbe una perdita secca per chi finanzia l’operazione (magari il Tesoro, quindi il contribuente, che sopporta in realtà un trasferimento netto di risorse a favore delle banche cedenti il letame). Una soluzione che gira negli ambienti quindi è… non ridete… comprare titoli per più di $ 2.000 miliardi! L’idea infatti è che acquistando ad esempio nominali $ 3.000 miliardi di mutui si sopporta un rischio medio inferiore ($ 1.000 miliardi proverrebbero dal mercato prime). Questa considerazione però trascura il rischio di variabilità della probabilità di default: se $ 2.000 miliardi hanno a rischio $ 800 miliardi e $ 1.000 miliardi hanno a rischio $ 200 miliardi, la stima sarà di una perdita attesa di $ 1.000 miliardi su $ 3.000 miliardi di nominale, per un valore netto atteso di $ 2.000 miliardi; se esiste una variabilità della stima del default misurabile in un 10% (che colpisce tutto il portafoglio, perché è difficile pensare che il maggior rischio di un segmento venga compensato da un minor rischio di un altro segmento dello stesso mercato) la perdita massima diventa $ 1.100 miliardi; limitarsi a farsi carico dei soli peggiori $ 2.000 miliardi limita la perdita attesa a $ 800 miliardi e quella massima a $ 880 miliardi. Insomma, va bene guardare il rischio percentuale, ma le tasche dei contribuenti sono sempre le stesse, e i valori assoluti hanno il loro peso (d’altra parte, più acquisti, più rischi).
Un’altra soluzione che circola è stabilire a priori un prezzo leggermente penalizzante per il segmento subprime, ad esempio 55 centesimi per dollaro equivalenti a $ 1.100 miliardi contro i nominali $ 2.000 miliardi dal valore stimato di $ 1.200 miliardi. Questo permette alla bancaccia di contare su un cuscinetto per assorbire performance peggiori dei prezzi delle case, ma comporta il rischio che le banche aderiscano solo per la tranche peggiore del proprio subprime. Per evitare il rischio di acquistare solo la tranche peggiore, si sono proposti dei lotti minimi di vendita per le banche, in modo da costringerle a cedere l’intero portafoglio subprime (sottopagato a 55 centesimi al posto dei 60 “equi”) più una piccola quota di titoli migliori. L’idea è che pur di liquidare i titoli-letame le banche accettino di cedere anche titoli mezzo-letame, così che loro avranno recuperato liquidità e la bancaccia avrebbe un portafoglio mediamente sottopagato. Ma non sapendo quanto e quale letame sia in pancia alle singole banche, non si capisce come si possano calibrare questi lotti minimi, che tra l’altro dovrebbero venir personalizzati per ogni singola banca… Insomma si torna proprio ai due problemi di partenza, che devono venir risolti perché funzioni la soluzione studiata appunto per risolverli… un delirio!
Ma volete sapere la cosa più assurda? La bancaccia molto probabilmente non potrà mai disporre di tutta la liquidità necessaria, quindi è molto facile che invece di pagare in moneta paghi in titoli di Stato USA, titoli che poi le banche potranno rigirare alla Federal Reserve in cambio di dollari fruscianti. E come la bancaccia dovrebbe procurarsi questi titoli? Semplicemente sarebbero i titoli che il Tesoro dovrebbe collocare sul mercato per reperire le risorse necessarie per costituire la bancaccia. Vedendola in un’altra prospettiva, è come se le banche creassero una società ad hoc che compri il loro letame e contestualmente emetta bond per trovare il denaro necessario, vendendoli però alle banche stesse, che poi venderanno questi bond da qualche parte sul mercato: in questo caso le banche si inventano una società di comodo per cartolarizzare il proprio letame e poi sbolognarlo. Insomma l’operazione è comunque, nei fatti, una cartolarizzazione del letame bancario, dove il letame resta nella bancaccia (come fosse una società-veicolo), e le banche monetizzano il letame alle spese del Tesoro (che si indebita per mettere i soldi nella bancaccia o per fornire titoli di Stato che verranno monetizzati dalla Federal Reserve). E noi sappiamo che Tesoro significa “contribuenti”. Di nuovo, dopo aver demonizzato le cartolarizzazioni e la finanza strutturata, lo Stato dimostra di esserne il primo utilizzatore. Ma d’altra parte come detto all’inizio la finanza non crea nulla, può solo redistribuire, basta scegliere come… e in questo giochino il contribuente è l’unico che non può scegliere.
M.G. in Progress Says
Meglio le GOOD BANKS at http://mgiannini.blogspot.com/2009/02/manamanah-is-good-bank.html
Feb 13th, 2009 at 12:56 pm
Leonardo, IHC Says
M.G. grazie dell’intervento ma non ho capito.
Feb 13th, 2009 at 1:26 pm
M.G. in Progress Says
Il dibattito deve essere spostato dalla bad bank alla good bank, perché solo quest’ultima é la soluzione (leggasi miei posts precedenti sul mio blog e relativi links).
Feb 13th, 2009 at 9:46 pm
Leonardo, IHC Says
ok, ci darò volentieri un occhio. mi lasci la libertà di commentarti qui su IHC?
Feb 16th, 2009 at 9:41 am