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“The sun rises everymorning
Why are we so sure?
I’m looking out of the window
Empires arise and fall"
- Project Pitchfork -
Gli imperi sorgono e poi decadono, ma in generale credo che pochissimi Stati possano dire di essere sempre gli stessi: gli Stati sorgono, arrivano a un picco, e poi crollano per riproporsi sì ma in una forma diversa, come se dalle ceneri derivasse un nuovo Stato più che la prosecuzione del pre-esistente. La tendenza è generale, così come credo che generale sia la ragione: l’aspetto economico-politico dello Stato come ente.
In particolare voglio soffermarmi su come lo Stato sia destinato, per ragioni economiche derivanti dalle scelte politiche, a decadere. Dopo un breve richiamo alla teoria economica di base, intendo esporre in modo generale la mia idea di una meccanica della decadenza, per poi proporre più particolari focus su politica fiscale, politica monetaria, e loro coordinamento nell’inerzia della politica; andrò a concludere con un cenno generale alla più recente evoluzione dei moderni Stati ed Imperi.
a) Piccolo Richiamo Teorico
L’evoluzione naturale dell’economia, sia per i classici che per gli “austriaci”, consente di coordinare su base volontaria le scelte intertemporali di consumo (e quindi il risparmio, influenzato dal tasso di interesse reale vigente sul mercato, market rate of interest o MRI secondo la tassonomia wickselliana) con la domanda di capitali (appunto, domanda di risparmio) da parte delle imprese, che a loro volta vanno a impiegare questi capitali nella produzione; è appunto questo mercato dei capitali che determina MRI.
La composizione della produzione, nel contributo della “scuola austriaca”, tra beni capitali e beni di consumo (con roundabout rispettivamente “breve” e “lungo”) discende dall’interazione del costo del finanziamento (MRI) con la redditività del capitale, che in stato di equilibrio eguaglia (o più correttamente “rivela”) il tasso di interesse naturale (natural rate of interest, o NRI, sempre secondo Wicksell); NRI infatti è il livello di equilibrio di MRI dettato dalla produttività del capitale investito quando questo consenta di remunerare adeguatamente, e quindi rinnovare, il capitale stesso (in origine: il risparmio) per tutta la durata del processo produttivo. Dato che MRI dà la misura della copertura delle esigenze di finanziarie della produzione, il sistema farà convergere MRI (quindi risparmio e consumo) verso NRI (quindi beni capitali da finanziare e beni di consumo pronti per la vendita).
L’uguaglianza di MRI e NRI comporta pertanto una produzione di beni di consumo pari alla loro domanda (quindi, con offerta di moneta stabile, si avrà inflazione nulla) e richiesta di finanziamenti della produzione di beni capitali pari al capitale disponibile attraverso il risparmio (l’equilibrio risulta pertanto stabile). In tale contesto i fenomeni di inflazione e deflazione nascono come sintomo dello squilibrio tra MRI e NRI: in presenza di una Banca Centrale che crei moneta, da cui soprattutto “fiat credit”, MRI scenderà sotto al livello di NRI stimolando così sia gli investimenti che i consumi (attraverso la riduzione del risparmio); la differenza creatasi tra investimenti (mediamente con roundabout più “lungo” a causa del minor MRI) e risparmio verrà coperta appunto da “fiat credit” che ha una “vita” naturalmente più “breve” del roundabout ora richiesto. Si può ben dire che una parte degli investimenti sia “scoperta” oppure finanziata con credito “non coperto” da “risparmi reali”, il che prelude a correzioni autonome che a loro volta, in presenza di una Banca Centrale con mire espansive sul PIL e restrittive sull’inflazione, assumono la forma di cicli economici veri e propri.
b) Come l’Impero Si Scava la Fossa
In un modo o nell’altro (sia con un sistema economico “libero” che al prezzo di cicli economici anche drammatici) l’economia procede, e non mi pare che nessuno in una tale cornice abbia mai profetizzato la fine del mondo.
Ma il dominio di Atene e l’Impero Romano sono crollati, l’URSS si è dissolta, e così imperi asiatici e moltissimi Stati sono stati cancellati e sostituiti da entità diverse… Ci può essere un denominatore comune?
Ho una mia opinione. Considerata la presenza di un ente sovraordinato al popolo, diciamo uno Stato Centrale con ampi poteri, si corrono due ordini di rischi: o si creano politiche monetarie che distruggono il valore segnaletico di prezzi e tassi di interesse, o si impostano politiche fiscali che distorcono la composizione dell’output dell’economia in modo diretto. Più precisamente mi riferisco a fenomeni di distorsione di entità rilevante, in una unica direzione, e reiterati con continuità.
La spesa pubblica può essere costituita sia da investimenti che da puro consumo. Tralasciando per un momento la redditività e l’opportunità di un investimento deciso dallo Stato invece che dai privati, si può discutere sul tipo di spesa di consumo decisa; possiamo pertanto avere consumi che in assenza di uno Stato verrebbero “organizzati” direttamente dai cittadini, e consumi che verrebbero invece esclusi tra cui sottolineo la burocrazia statale, interventi armati di offesa ad altri Stati, e autocelebrazioni. Ammettendo che alcune funzioni possano venir “meglio” svolte dallo Stato invece che dai privati, almeno una parte delle spese in burocrazia andrebbero considerate come investimenti; ammettendo che un intervento armato possa far guadagnare la disponibilità di risorse altrui (rubandole), anch’esso sarebbe da considerare come un investimento; nella misura in cui le spese per autocelebrazioni (manifestazioni, monumenti, privilegi) consentano una esaltazione diffusa tale da stimolare sensibilmente la cooperazione e la buona volontà nel lavoro, anch’esse andrebbero considerate un investimento. La spesa dello Stato ha teoricamente ragioni per poter esser produttiva, il problema è che le campagne militari costano molto (attrezzature, vite umane, infrastrutture, fermi produttivi) e possono ben essere fallimentari, il prodotto complessivo dello Stato può ben essere complessivamente inferiore al suo costo, e facilmente le spese autocelebrative consistono solo motivo di soddisfazione della vanità (o dell’avidità) degli amministratori pubblici. Da quest’ultimo punto di vista lo Stato non produce, bensì consuma. Allo stesso modo, se gli investimenti dello Stato non sono produttivi quanto quelli privati, la differenza diviene mero consumo.
Non ci vuol certo la scienza del miglior Nobel per capire che se si consuma il capitale disponibile, si consuma anche quanto necessario per produrre capitale da consumare nel futuro, e quindi nel futuro “si morirà di fame”.
c) Il Badile Fiscale
Quanto appena sostenuto è conosciuto formalmente dal mondo liberalista già dai tempi di A. Smith. Un’analisi neoclassica (non Keynesiana), riconoscendo un “tetto” all’output evidenza come la spesa pubblica in deficit (cioè finanziata con emissione di titoli di Stato), attraverso l’inflazione da domanda ed il rialzo dei tassi di interesse reali, spiazzi fino al suo intero ammontare consumo e investimenti privati (le proporzioni non sono definibili a priori ed essenzialmente dipendono dalla sensibilità degli investimenti ai tassi di interesse reali, nonché del consumo e del risparmio rispetto ai prezzi ed allo stesso tasso di interesse).
Va da sé che se la quota di investimenti “netti” dello Stato (fatta quindi la tara della loro minor redditività e delle spese “improduttive” di cui sopra) non compensa la perdita di investimenti privati, grazie allo Stato l’economia si troverà con una minor capacità di creare capitale per consumi e investimenti futuri (e qui tralascio le aggravanti del voler ridefinire arbitrariamente da parte dello Stato pure il dettaglio dei consumi aggregati).
Il perdurare di questa tendenza (ingenti spese militari per campagne inutili o fallimentari, monumenti sempre più imponenti per l’autoesaltazione del potere, redistribuzioni crescenti verso il ceto politico, burocrazia crescente e farraginosa al semplice scopo di “creare lavoro” per ragioni di clientelismo) riduce progressivamente il potenziale produttivo dell’economia, fino al punto in cui l’apparato stesso non sarà più sostenibile, con conseguente crollo di welfare-state, macchina burocratica, sistema di difesa… In una situazione simile o si viene conquistati da un altro Impero o Stato, o semplicemente l’Impero collassa dall’interno.
Faccio notare che il crescente debito pubblico comporta tassi reali (MRI) sempre più alti per il proprio finanziamento, distorcendo la produzione verso il breve termine (quindi riducendo la produzione di beni capitali) e spiazzando gli investimenti privati nel complesso (MRI salendo si posiziona sopra a NRI), fornendo così in accordo con la Mises’s Critique una giustificazione “morale” vantata proprio dallo Stato per i sedicenti investimenti pubblici; la modificazione della struttura produttiva è per un certo verso coerente con un’economia la cui domanda aggregata sia ormai più orientata verso i beni di consumo.
È pur vero che periodo dopo periodo la sempre minor quantità di investimenti, se si ritiene valido il principio del rendimento marginale decrescente del capitale, comporta probabilmente una crescita della redditività del capitale attualmente investito, e quindi di NRI (in risposta anche ai dubbi di Wicksell sulla stabilità di NRI nel lungo periodo). Ma questo non fa che rafforzare lo squilibrio indotto dallo Stato! Aumentano infatti gli incentivi agli investimenti privati (NRI) ma il “consumo” dello Stato devia sempre più risorse (incrementando MRI). E ancora: se la folle “corsa al consumo” dello Stato si fermasse, si sarebbe comunque creato un consumo aggregato ormai superiore a quello “naturale” e quindi risparmio e investimenti inferiori. La stabilizzazione consentita dal recupero su livelli più alti dell’equilibrio MRI=NRI è pari alla definizione di un’economia senza Stato ma con propensione al risparmio minore, quindi un’economia con tassi più alti, che consuma di più ma con prospettive di sviluppo minori; c’è però un elemento di distinzione importante: nel caso della presenza dello Stato non sono stati i privati ad aver chiesto di mangiarsi il futuro!
Jacopo Says
Per Rothbard, la spesa pubblica è tutta Consumo, e sinceramente non me ne spiego il perché.
May 28th, 2007 at 8:59 pm
L.Baggiani Says
Ironico… Comunque mi pare funzioni anche ammettendo che “una parte” di investimenti sia tale… funzioni nel senso che funziona il meccanismo autodistruttivo. Tra poco piazzo il proseguo
May 29th, 2007 at 8:19 am
Uno Says
A quando il crollo del nostro sistema?
May 29th, 2007 at 9:54 am
libertyfirst Says
#1: Manco io. Però è una buona approssimazione della realtà. Un sacco di volte penso che Rothbard dica una cosa per motivi ideologici e poi scopro che c’erano buoni motivi economici. In questo caso non riesco a formulare ipotesi credibili.
#3: L’Impero Romano ci ha messo un paio di secoli. Gli USA ci metteranno di meno: scommetterei sui 50 anni da adesso per un mondo apolare in conflitto permanente e con diritti individuali sempre più al lumicino.
May 29th, 2007 at 10:10 am
libertyfirst Says
“Manco” = “Neanche”
May 29th, 2007 at 10:11 am
Paolo Says
Just by chance, in questi giorni sto rileggendo in lingua originale “Nineteen Eightyfour”, Orwell era stato un po’ frettoloso… Parla della “Revolution” al passato, come se nel 1984 fosse risalente agli anni sessanta, ma descrive bene quello che successe: poverta’, fame, dissoluzione della famiglia, terrore e guerra.
Con terrore vero… constato che il livello di indebitamento individuale e familiare/generazionale, in cui allegramente ci stiamo infilando (per non parlare di quello pubblico), pone delle basi meravigliosamente adeguate per una “Revolution” Orwelliana.
Ora che anche l’Italia ha un paio di generazioni all’amo dell’indebitamento, mi domando, quale sia l’entita’ dell’oscillazione sui tassi da condurre alla fame?
E mi domando anche… dato che negli USA l’indebitamento familiare (per quelle famiglie che ancora sopravvivono) e’ a livelli da tempo insostenibili (almeno per le persone di buon senso… anche se e’ vero che il buon senso fa piu’ morti delle guerre), quando il crollo arrivera’, sara’ realmente concessa con una “Revolution”? O migreremo attraverso un girgio periodo di transizione neo-statalista?
May 29th, 2007 at 10:52 am
L.Baggiani Says
Per Paolo:
come dice Mises (sottintesto nel mio richiamo alla Mises’s critique), lo Stato si espande da una parte, fa danni che arrivano in un altro settore, e si espande nell’altro settore per rimediare, incasinando così un settore ulteriore, che andrà quindi a occupare… insomma alla fine lo Stato sarà ovunque (e già ora…), qualunque forma abbia di continuità o rottura con il passato.
May 29th, 2007 at 11:09 am
L.Baggiani Says
Altro appunto: “orwell è stato frettoloso”… sì come mille altri scrittori e pensatori; a quest’ora secondo molti avremmo già dovuto essere a giocare a bocce su marte… cos’è successo? è successo quel che io sostengo (e che completerò spero presto con l’articolo), lo Stato si è mangiato un po’ di futuro e ha rallentato lo sviluppo.
May 29th, 2007 at 11:11 am
libertyfirst Says
E’ un libro del 1949. Dopo due guerre mondiali e i genocidi era normale aspettarsi tali cose (anche Hayek diceva cose simili in The Road to Serfdom del 1948).
L’espansione del mercato negli anni ‘50 e ‘60, o anche negli anni ‘80 e ‘90, la natura dissuasiva delle armi nucleari, la capacità dello stato sociale di reggere a debito e inflazione e l’assoluta mancanza di un’alternativa ideologica alla democrazia hanno rallentato molto l’involuzione della società.
Queste forze sono ancora in gioco: l’euro reggerà più della lira per posticipare il declino, l’apertura del mercato alla Cina e all’Europa Orientale consente guadagni di specializzazione smithiana enormi, inoltre, il declino degli USA non è una cosa da pochi mesi o anni: sarà evidente tra decenni.
A meno che un movimento improvviso di demagogia populista riesca a far passare misure protezioniste, scale mobili e a richiudere il mercato del lavoro e dei capitali, queste forze terranno in piedi la società ancora a lungo.
Ma proprio perchè i politici verrebbero appesi per i piedi se ci fosse una grossa crisi sociale, la sinistra continuerà a predicare socialismo e a praticare interventismo, e la destra continuerà a predicare liberalismo e a praticare interventismo.
Se la cosa non fosse insostenibile nel lungo termine sarbebe pure un bel compromesso.
May 29th, 2007 at 12:43 pm
Paolo Says
Sebbene Orwell scrivesse praticamente durante al seconda guerra, egli fa sempre riferimento ad una futura “revolution” e la guerra e’ sempre menzionata come strumento politico tanto che eventualmente puo’ anche essere fittizia, e’ usata cioe’ come strumento di catalisi degli odii propagati tramite l’onnipresente “telescreen”. Ora… anche in questo c’e’ qualche parallelismo “leggermente” inquitante…
Magari sbaglio, ma quello che cercavo di capire, attraverso una metafora (Orwelliana in questo caso) e’ a che punto siamo del processo.
Cioe’ se in realta’ siamo gia’ nel dominio di IngSoc (Unione Europea) o se invece stiamo ancora nella fase di maturazione di una “Revolution” che eventualmente sara’ (o gia’ e’ stata) anch’essa mistificata e cooptata, tanto che magari non me ne sono neache accorto…
May 29th, 2007 at 1:07 pm