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Una Veloce Presentazione delle Politiche Monetarie Accademicamente Proposte

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April 18th, 2007 by Admin

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Leonardo, Ihc


Questo articolo molto espositivo e poco analitico è diretto a presentare in modo quanto più schematico ed essenziale possibile le politiche monetarie che vengono suggerite dalle principali scuole sulla scorta dei loro principali lineamenti teorici. Cercherò quindi di astrarre quanto più possibile da correttivi particolari proposti da singoli economisti, in modo da presentare “l’hard core” delle principali correnti di pensiero. Ringrazio Pietro per i preziosi appunti in tema di teoria “austriaca” che costantemente diffonde.


La posizione classica, sostenendo la neutralità “in forma forte” della politica monetaria, non prescrive particolari indirizzi di politica monetaria (gestione dell’offerta di moneta o dei tassi di interesse) attiva; vale sottolineare la sintetizzazione formale del ruolo della moneta nelle due scuole tramite la formula MV=PQ già propria a Platone (M=kY secondo la scuola di Cambridge) in cui, data la stabilità delle abitudini degli operatori (leggasi: invarianza della gamma e qualità dei mezzi di pagamento, per cui V è costante) e la capacità del sistema di raggiungere e mantenere autonomamente un livello di attività di pieno impiego (Q costante, o nella scuola di Cambridge Y variabile solo a causa della variazione dei prezzi), qualsiasi variazione nell’offerta di moneta si traduce immediatamente in una variazione proporzionale del livello generale dei prezzi. Questo senza colpo ferire all’aspetto “reale” dell’economia. Non sussiste, in questo caso, alcun incentivo “realmente” motivato a realizzare una politica monetaria attiva.

In effetti era, ed è tutt’ora, in voga l’idea che un certo grado di inflazione pur minimo sia salutare per l’economia, essendo il circolante in qualche modo un “olio” che “lubrifica” il funzionamento dell’economia. La regola di un minimo tasso di crescita dell’offerta di moneta (e quindi di inflazione) fissato a non più del 4% ne è la logica conseguenza

 

Altro problema però deriva dalla presenza di uno Stato politico-economicamente attivo che si può avvantaggiare dell’inflazione in quanto questa riduce il peso “reale” del proprio indebitamento e funziona, pur con effetti sperequativi certi nell’esistenza ma difficili da esplicitare quantitativamente, come una vera e propria imposta a danno dei cittadini. Questo in modo sistematico ma non generalizzabile è in grado di comportare, e lo ha fatto, politiche monetarie lontane da una predeterminata e stazionaria crescita dell’offerta di moneta.

La posizione monetarista, figlia di quella classica, arriva nell’essenza alle stesse conclusioni. Viene infatti tramite ragionamenti alternativi “riscoperta” da Friedman la formalizzazione del ruolo della moneta nell’economia in accordo a MV=PQ dove però V, collegata alla domanda di moneta, non è costante ma dipende positivamente dai tassi di interesse e dove comunque Q tendenzialmente è al livello non di pieno impiego bensì a un livello “inflazionisticamente neutrale”; la posizione monetarista conclude infatti che il sistema economico lasciato libero di agire in un ambiente di concorrenza perfetta (ipotesi classica) si sistemi in termini occupazionali al livello NAIRU (non-accelerating inflation rate of unemployment) che è la versione “dinamica” dell’ipotesi di stabilità del livello dei prezzi di matrice classica. Sottolineo che l’esistenza del NAIRU è collegata all’accettazione della presenza della Curva di Phillips e delle conseguenze nefaste delle volontà keynesiane di spingere la disoccupazione sotto a questo livello “pagando” in termini di inflazione; non per nulla la teoria monetarista prevede una neutralità “in forma debole” della moneta.

Sempre nell’ipotesi che un certo grado di inflazione minimo sia salutare per l’economia in quanto si giudicano ben più discorsive le conseguenza di un ambiente deflazionistico (tassi reali superiori a quelli nominali e in generazione di prospettive tali da procrastinare considerevolmente gli acquisti rispetto ad un “ordinato” funzionamento dell’economia), è stato prescritto un tasso di crescita dell’offerta di moneta stabile attorno al 4% che, in condizioni di “ordinato” andamento dell’economia si traduce in un 4% di inflazione fisso.

A parte le considerazioni dei vantaggi derivanti da sorprese inflazionistiche da collegare al valore “reale” del debito pubblico, pratica comunque “sconsigliata” dai monetaristi, voglio sottolineare che fissare il tasso di crescita dell’offerta di moneta non equivale assolutamente ad un Inflation Targeting, ma rappresenta solo un monetary target da cui per varie ragioni l’inflazione può discostarsi. Esiste in questo senso una certa libertà dei prezzi di fluttuare attorno ad uno stabile tasso di inflazione “di lungo periodo” dettato dalla regola di politica monetaria (il 4% sopra riportato) lasciando operare così, in qualche modo, le naturali spinte inflazionistiche e deflazionistiche di natura ciclica sebbene non attorno al teorico livello zero; in verità i monetaristi non possedevano una vera teoria del ciclo economico, e consideravano solo la tendenziale possibilità di “domare” l’inflazione perché questa si sarebbe mediamente stabilizzata attorno al monetary target.

La posizione keynesiana, a meno di smentite da parte di più addentrati e fiduciosi in materia, non prevede una qualche regola aurea di politica monetaria; la politica monetaria secondo questa scuola è decisamente efficace in termini reali, e la prospettiva di breve periodo che caratterizza fortemente l’analisi e le conclusioni non consente la determinazione di obiettivi monetari (la brevità dell’orizzonte temporale, tra l’altro, è funzionale all’ipotesi di prezzi essenzialmente “fissi”, e questo elimina problematiche di controllo inflazionistico).
La politica monetaria figura in questo caso come strumento di stimolo all’economia a fini di stabilizzazione dell’output su livelli di “pieno impiego” (dove non esista quindi capacità produttiva inutilizzata e l’occupazione si trovi al livello massimo possibile). In particolare la politica monetaria è favorevolmente vista come accomodante rispetto alla politica fiscale, l’altro strumento a disposizione dello Stato per raggiungere obiettivi produttivi/occupazionali: l’incremento di spesa pubblica è in questo contesto sì uno stimolo alla produzione ma comporta tassi di interesse più alti e quindi minor livello di investimenti in generale, a causa della sua copertura tramite debito pubblico (via diretta) ed a causa della maggior domanda di moneta causata dal conseguente innalzamento del livello di reddito (via indiretta: dato che la maggior domanda per fini transattivi, funzione necessariamente crescente del livello di attività nell’economia, incrementa la domanda globale di moneta, a parità di offerta, ed il suo recupero viene ottenuto vendendo titoli obbligazionari, parcheggio della liquidità secondo il modello, il che porta a tassi di interesse più elevati); in questo caso una politica monetaria espansiva permette di fornire la maggior moneta domandata e quindi di stabilizzare il tasso di interesse. D’altra parte anche una politica monetaria espansiva ha i suoi pericoli: la crescita di offerta di moneta rischia di portare i tassi di interesse talmente in basso da trascinare l’economia nella “trappola della liquidità” (in cui le aspettative sono univocamente per tassi di interesse maggiori, quindi di prezzi di bond minori, e nessuno che fornisca più capitali al mercato e quindi alle imprese per non incorrere in una certa perdita in conto capitale), per cui oltre un certo obiettivo produttivo/occupazionale diventa opportuno affidarsi alla politica fiscale (o a un mix delle due).

La regola di politica monetaria propugnata dai monetaristi implica il legare del tutto le mani alle Banche Centrali perché non possano, a loro discrezione, incrementare l’offerta di moneta: la teoria “austriaca” prevede una efficacia piena della politica monetaria sul piano reale in termini di distorsione dei segnali verso imprese e consumatori (prezzi e tassi di interesse) conducendo il sistema a situazioni di subottimalità con effetti persistenti. Il processo di distorsione dell’economia e conseguente squilibrio inflattivo con annessa crisi deflattiva sono la base della teoria del ciclo economico.

Uno dei problemi centrali è dato dalla possibilità del sistema bancario di creare credito ben oltre al livello del risparmio, il cosiddetto “credito di circolazione”, sotto la spinta della maggior moneta esistente nell’economia e della concessione di una riserva obbligatoria inferiore al 100%. Questo è associato alla distorsione indotta sui  tassi di interesse. Il complesso dei fattori implica quindi una struttura produttiva distorta temporalmente (elemento “nuovo” rispetto alle analisi precedenti: atemporale tout-court quella di Keynes e temporalmente strutturabile solo sul lato risparmio/consumo quella monetarista) e gonfiata (inflazionata appunto) da un credito “nuovo” che dimostrerà la propria inconsistenza (assenza di valore “reale” non essendo controbilanciato dal risparmio) nella necessaria fase di downturn ciclico.

Spesso viene proposto un Gold Standard, eventualmente supportato dal ritorno della riserva obbligatoria per le banche al 100%. La ratio è evidente: si vuol eliminare la possibilità di creazione di credito di circolazione e si vuol ancorare la creazione di moneta ad una variabile essenzialmente stabile nel tempo e fuori dal controllo delle autorità monetarie. Ciò blocca la possibilità di utilizzare attivamente la politica monetaria e lascia il sistema libero di attraversare le dovute fasi di inflazione e deflazione.

Faccio notare che il tasso di crescita tendenziale della quantità di oro nel mondo è circa il 4%. Sotto l’aspetto della velocità di generazione di moneta nel sistema un Gold Standard e una “storica” regola monetarista del 4% sono equivalenti, pur avendo la prima un implicito (e nella versione “dura e pura” quasi sicuramente disatteso) inflation target, e la seconda nessuna intenzione di controllare prezzi o inflazione.

Sussistono ulteriori posizioni accademiche. Ad esempio cito Wicksell, e la sua recente riscoperta, che considerando il sistema bancario come in grado di creare da sé offerta di moneta rende inutile una analisi quantitativa della moneta e considera la sola capacità dell’autorità monetaria di manovrare direttamente i tassi di interesse. I risultati dell’analisi sono comunque riconducibili all’ambito “austrofilo”.

Inoltre posso citare la posizione neokeynesiana che si muove sul paradigma di una autorità monetaria che, in una economia caratterizzata da vischiosità dei prezzi e forme di concorrenza monopolistica, debba manovrare l’offerta di moneta in modo da replicare i movimenti della quantità reale di moneta in circolazione che si avrebbero se i mercati fossero perfettamente concorrenziali (se una minor domanda di beni non trascina verso il basso i prezzi a causa della loro vischiosità, l’autorità monetaria dovrà aumentare l’offerta di moneta, in modo che il rapporto M/P, non aumentando per un minor P, aumenterà per un maggior M), con risposte non univoche in caso di shock permanenti o meno.

Si parla molto dell’Inflation Targeting adottato dalla BCE (ma anche da un ampio numero di altre Banche Centrali tra cui le più ortodosse sembrano la Banca d’Inghilterra e quella della Nuova Zelanda); ricordo che le vecchie Banca Centrale Olandese (da cui proveniva Duisemberg) e Bundesbank adottavano sia un inflation target che un monetary target, più o meno disattendendo il secondo quando in contrasto con il primo.

Da parte mia ritengo che l’Inflation Targeting rientri ben poco in una ottica monetarista (“austriaca” men che mai) bensì abbia molto del dirigismo più consono alla posizione keynesiana. L’applicazione “dura e pura”, quella definita dell’Inflation Nutter, comporta una pianificazione della politica monetaria in base all’inflazione attesa in diversi periodi precedenti, in modo da “guidare” l’economia verso un preciso “sentiero inflazionistico” fino a far oscillare l’inflazione entro un certo range obiettivo entro cui mantenerla “ad ogni costo” (leggi: indipendentemente dalla fase congiunturale).

Il fatto può essere fortemente deleterio in caso di fase espansiva dovuta a progresso tecnologico e quindi caratterizzato da deflazione: si adotterà una politica espansiva che esaspererà il trend positivo, con la conseguente stretta monetaria in fase discendente. È chiaro che si tratta quindi di una posizione fortemente “attivista” sul piano monetario.
I teorici della materia credo fossero ben coscienti di ciò, ed infatti viene normalmente considerato il trade-off tra stabilità monetaria e stabilità reale tramite una qualche funzione di “utilità” o “perdita sociale”, per cui la Banca Centrale prenderà la seconda come “costo” della prima, scegliendo una dovuta via di mezzo.

La BCE è nata sul modello Bundesbank, quindi con due target,inflation e monetary, di cui il secondo subordinato al primo ed attualmente non oggetto di particolare attenzione.

Tanto per chiosare, credo che la BCE sia in effetti più il prodotto di ideologie dirigiste di marca Keynesiana che di una regola aurea monetarista, per non parlare della sua distanza dalle posizioni “austriache”.

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15 Responses to “Una Veloce Presentazione delle Politiche Monetarie Accademicamente Proposte”

  1. 1

    Jacopo Says

    E’ sbagliato affermare che tutta la crescita di M3 si traduce in inflazione bell’e buona. Secondo la visione classica infatti vale la relazione:

    gm3= π gy

    cioè il tasso growth di M3 è uguale a inflazione più la crescita del prodotto.

    Nella zona Euro tale target si assesta al 4.5%, poiché l’inflation target è sempre stato il 2% e la crescita “normale” del sistema del 2.5%.

    Il fatto che la BCE abbia lasciato perdere il suo M3 target credo derivi dal fatto che negli ultimi 15 anni gM3 è stato leggermente sotto il 4.5% solo per alcuni mesi..

  2. 2

    L.Baggiani Says

    Il passaggio inflazione=crescita M3 è fatta, in scuola classica, a parità di prodotto (a meno di schock di produttività, questo non varia in termini reali, e non essendo gli shock prevedibili non possono essere pianificati o modellizzati).
    In un mio appunto ho comunque sottolineato che la regola d’oro di gM3 al 4% implica lasciar fluttuare l’inflazione attorno a questo livello assecondando il ciclo, e quindi assecondando le variazioni reali del prodotto. Il particolare che Q (PIL reale per capirci) non sia statico credo non sia sfuggito né a me né a Smith o Friedman, di cui il secondo proponeva comunque un obiettivo monetario e non inflazionistico e astraendo dal business cycle.

    Dici che non pubblicano più M3 per non far vedere di non tenerla entro il target? La Bundesbank la pubblicava comunque e se ne faceva vanto come dimostrazione che le interessava più l’inflazione e su questa veniva valutata.

  3. 3

    Lamiadestra Says

    voglio sottolineare che fissare il tasso di crescita dell’offerta di moneta non equivale assolutamente ad un Inflation Targeting, ma rappresenta solo un monetary target da cui per varie ragioni l’inflazione può discostarsi.

    Non vorrei fare il guastafeste, ma il nuovo filone di ricerca che Lucas ha avviato di recente, teso a riconciliare Taylor rules e teoria quantitativa della moneta, va un po’ contro la tua frase che ho appena citato.

    Il primo paper in materia (e unico per ora circolante, che io sappia) pare da questo punto di vista promettente.

  4. 4

    L.Baggiani Says

    Come ho scritto nella premessa, ho cercato di riportare una posizione “base” delle scuole evitando “deviazioni” di particolari economisti.
    Questa è una delle posizioni che non rientrano nello spirito non-dirigista proprio monetarista: la Taylor-rule è l’esempio formale di politica monetaria attiva, non certo di una semplice “golden rule” come il 4% di M3.

    Il paper non contraddice nulla, semplicemente non p parte dell’impostazione monetarista.
    Sse in una tua analisi fai entrare il concetto di capacità produttiva inutilizzata, solo per questo diventi forse keynesiano? E così un dirigista fa entrare una uguaglianza contabile come MV=PQ nello schema di Taylor per controllare attivamente l’inflazione, pertanto diventa esponente monetarista? Mi sembra un po’ poco non pensi?

  5. 5

    Jacopo Says

    E chi ha detto che la BCE non pubblica più M3? A quanto ne so io era la FED che dal marzo 2006 aveva smesso di pubblicare il suo M3. Quello della BCE l’ho visto ieri.. quindi o me lo sono sognato, oppura è falso che abbiano smesso di pubblicarlo.
    ;-)

  6. 6

    L.Baggiani Says

    Boh
    potrei anche aver preso un granchio…

  7. 7

    L.Baggiani Says

    eh già, mi sa che m’ero infilato in testa una cazzata (sigh) M3 resta, anche se è giudicato come obiettivo secondario. Ricordavo anche io grafici di M3 costantemente fuori target…

  8. 8

    Jacopo Says

    Anche il Baggiani sbaglia..

  9. 9

    libertyfirst Says

    Bell’articolo!

  10. 10

    L.Baggiani Says

    Be’ un cognome, un programma…

  11. 11

    L.Baggiani Says

    Grazie liberty; diciamo che è un tentativo per evitare qualche luogo comune nelle discussioni e magari avviare altre discussioni più mirate. A parte la cazzata su M3 spero che sia utile allo scopo.

  12. 12

    L.Baggiani Says

    A chi interessasse, qualche appunto dall’economist su cosa sia il monetarismo e quanto non c’incastri nulla con l’inflation targeting

    http://www.economist.com/finance/displaystory.cfm?story_id=9301949

  13. 13

    Tommaso Says

    Wicksell non ha scoperto granché. E’ la mina vagante della TQM a rendere fuorviante la sua applicazione: la velocità di circolazione è troppo volubile e imponderabile, a nulla serve predeterminare la crescita della moneta e attendere poi che reddito e prezzi si adeguino magicamente ad essa…

  14. 14

    Leonardo Says

    Che Wicksell non abbia scoperto granché, visto che le sue teorie sulla determinazione del tasso di interesse sono alla prima lezione fondamentale di economia monetaria pure in una università “rossa” come Pisa, mi pare un po’ esagerato. Faccio finta di nulla e faccio cadere in prescrizione la fucilazione che ti meriteresti per quanto detto.

    Hai detto bene sull’instabilità di V, non ci si può affidare per prevedere come andranno i prezzi, e questo è stato l’errore dei monetaristi che ne ha decretato il fallimento pratico. Il punto però è che se V riflette uno stato della tecnologia finanziaria (tipo l’introduzione del bancomat) e i sentimenti di maggior o minore sicurezza finanziaria, è giusto volerli “compensare”? Ma a quel punto c’è anche da chiedersi se una compensazione tramite M possa mai essere davvero efficace. Un’idea molto liberista secondo me sarebbe di recuperare i dettami primi del monetarismo e fissare M, e lasciare che V e P si muovano incorporando così sia le “preferenze” che i “rapporti di scarsità” reale delle merci; se non altro si eviterebbe di inquinare prezzi e tassi con manovre discrezionali dall’efficacia dubbia proprio per la variabilità di V (e rimarrebbe spazio per politiche fiscali, se mi si dimostrano opportune caso per caso).
    Se poi è dimostrato che V è stabile in tempi lunghi (salvo shock tecnologici permanenti), le previsioni monetariste risultano esatte in tempi lunghi; ma come tu ben sai si entra nella diatriba su quanto siano desiderabili o opportune le oscillazioni di breve termine, e su questo mi sa che non ci conciliamo.

  1. 1

    Draghi Dixit: la Stance Monetaria at Ideas Have Consequences

    […] Ma cosa ne è del “secondo pilastro” della politica monetaria della BCE, il controllo dell’offerta di moneta (in specie, M3)? Draghi ci sottolinea in tal senso che “la dinamica degli aggregati monetari e creditizi è sempre più influenzata dal comportamento degli intermediari non bancari: l’innovazione finanziaria rende più complessa l’interpretazione dell’andamento della moneta”; cioè la crescita del settore finanziario e la creazione di nuovi strumenti hanno reso il mercato in qualche modo in gradi di crearsi da solo una certa “offerta di moneta” o per lo meno ha reso la domanda di moneta molto più instabile che nel passato inficiando sul valore segnaletico in termini inflazionistici della sola offerta di moneta. Come ricordato recentemente anche dall’Economist (“What goes around” del 7 giugno 2007), l’efficacia di una politica monetarista (agendo sulla sola offerta di moneta) passa dalla stabilità della velocità di circolazione (e quindi della domanda) della moneta (si veda al proposito quanto già scritto su questo sito); con velocità instabile si perde un legame diretto tra offerta di moneta e inflazione. Oltre a ciò occorre dire che una Banca Centrale non potrà mai esser ritenuta “responsabile” per variazioni fuori dal proprio controllo della variabile strumentale, che pertanto dovrà perdere di rilevanza. […]

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