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Un’Unica Teoria per Keynes Friedman e Hayek?

March 31st, 2008 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc

 

Le tre principali scuole economiche, keynesiana monetarista e austriaca, sono normalmente viste come tra loro antagoniste, e a ragione: i keynesiani basano il loro pensiero sulla presenza di capacità produttiva inutilizzata attivabile tramite stimoli della domanda aggregata, cosa rifiutata dalle due altre scuole, dove però i monetaristi disegnano una realtà molto regolare nelle proprie dinamiche mentre gli austriaci si concentrano sulla struttura temporale del capitale come fonte di irregolarità ciclica.

Curiosa è la scuola neokeynesiana, che mantiene l’idea di un’economia guidata dalla domanda aggregata pur comprendendo dinamiche temporali più articolate, che però non hanno niente a che vedere con le intuizioni austriache sulla struttura del capitale, e che in tal senso mantiene la propria natura “keynesiana”.

Le posizioni non sembrano conciliabili; un sistema economico o è guidato dalla domanda aggregata o non lo è, o è lineare o non lo è. Ma se provassimo a chiederci se un’economia possa essere prima “keynesiana”, poi austriaca, e poi monetarista, quale sarebbe la risposta?

 

Un punto significativo di queste teorie è l’orizzonte temporale a cui, implicitamente o esplicitamente, le teorie fanno riferimento:

  • La teoria keynesiana è basata sul “breve periodo”, cioè su un orizzonte temporale in cui la struttura produttiva non ha tempo di cambiare e le imprese non hanno ancora modo di ritoccare i prezzi.

  • I monetaristi fanno riferimento ad un “lungo periodo” in cui la struttura produttiva ha tempo di cambiare interamente, e in qualsiasi direzione, potendo allocare le risorse nel modo più efficiente possibile.

  • La teoria austriaca si dispiega su un orizzonte temporale in cui la struttura del capitale può variare senza necessariamente trovare un qualche assetto di “equilibrio”, ammettendo pure la possibilità di errori.

Allora, se si definisce il “lungo periodo” come il lasso di tempo sufficiente per una completa rivoluzione della struttura produttiva (qualcuno parlerebbe, giustamente, di un lasso di tempo sufficientemente lungo da rendere tutto il capitale nell’economia omogeneo), e come tale comprensivo di un “medio periodo” in cui la struttura produttiva non è completamente rivedibile (dove cioè il capitale mantiene qualche grado di disomogeneità) nonché di un “breve periodo” in cui la struttura produttiva (il capitale) è statica (perfettamente disomogeneo), si ottiene un’asse del tempo che può contenere le tre principali scuole economiche limitandone le aree di sovrapposizione e quindi consentendo una qualche forma di “sincretismo”:

  • La teoria keynesiana si riferisce al “breve periodo”.

  • La teoria austriaca si riferisce al “medio periodo”.

  • La teoria monetarista si riferisce al “lungo periodo”.

La teoria neokeynesiana si presenta come una sorta di “ponte” tra “breve” e “medio periodo”, in più diretta concorrenza con le teorie austriache.

 

Alcune ricerche (di cui non ho ritrovato la fonte, perdonatemi) hanno verificato che su periodi brevi (un paio di mesi circa) la teoria keynesiana ha un significativo potere descrittivo della realtà, mentre su tempi più lunghi (anni) è la teoria monetarista che tendenzialmente descrive meglio la realtà.

È difficile verificare le capacità predittive “puntuali” della scuola austriaca perché le sue teorie offrono pochi appigli quantitativi; d’altra parte queste teorie permettono una capacità di descrizione qualitativa del ciclo economico (verificabile sull’attuale congiuntura attraverso vari segnali) non ritrovabile altrove.

I modelli neokeynesiani sembrano “fittare” tremendamente bene la realtà, magari in concomitanza di svolte cicliche, ma si dovrebbe ricordare che tali modelli prevedono un numero non indifferente di equazioni auto-regressive e di parametri da calibrare sulla specifica economia che rendono non irrilevante un effetto Weierstraß (il teorema di Weierstraß ci dice che qualsiasi funzione è approssimabile a piacere con un opportuno polinomio di grado sufficiente).

È cioè in qualche modo compresa nelle caratteristiche basilari delle principali teorie la possiblità di un sincretismo teorico fondato sullo scorrere del tempo (austriacamente parlando, sul legame tra omogeneità del capitale e tempo): nel “breve periodo” l’unica variabile in qualche misura gestibile può essere la quantità di produzione; nel “medio periodo” la possibilità di irrigidire il capitale in una nuova forma comporta la possibilità di ottimizzare l’allocazione delle risorse ma pure di intraprendere progetti errati o insostenibili, originando fenomeni di “business cycle”; nel “lungo periodo” la perfetta omogeneità del capitale consente di concentrare l’attenzione sull’inflazione.

 

Sarebbe interessante vedere progetti di ricerca che estendono l’analisi del capitale ai due casi estremi di “breve” e “lungo periodo”, sfatando i miti keynesiani, restituendo dignità alle troppo frettolosamente accantonate visioni monetariste, e aprendo la strada ad un proficuo sincretismo nell’area “liberalista”.

Il punto di vista che ho proposto sottolinea anche una lettura “politico-economica” dell’attuaità: il successo delle teorie keynesiane presso le autorità economiche statali può essere adeguatamente spiegato dal più breve orizzonte temporale dei Governi, che trova risposta in termini di prescrizioni di politica-economica appunto nelle teorie keynesiane (in futuro probabilmente neokeynesiane), ed entra in contrasto con visioni economiche di più “lungo periodo” in grado di interiorizzare (in modi diversi) il prezzo della miopia politica.

 

Per quanto detto, quindi, non esisterebbe una teoria “giusta” ed altre “sbagliate”, rinviando la scelta della propria teoria economica di riferimento ad una valutazione “etica” in base alle implicazioni politico-economiche della teoria stessa (interventismo o meno da parte dello Stato, ad esempio), oppure in base all’orizzonte temporale che consideramo più importante all’interno di una più ampia teoria di tempo e capitale.

 

Una postilla: penso che per un trentenne, con un “lungo periodo” di vita al proprio orizzonte, possa essere più opportuno valutare le posizioni di politica-economica in un’ottica austriaca o monetarista, mentre per un settantenne sia più pressante il vincolo del “breve periodo”. Guardando l’età di chi ha poteri sulla politica-economica (specialmente in Italia) si ha un ulteriore indizio sul perché il mondo (e soprattutto l’Italia) va come va… a cicli, anzi a rotoli.


18 Responses to “Un’Unica Teoria per Keynes Friedman e Hayek?”

  1. 1

    Libertyfirst Says

    Un’altra Weierstrassata è la real business cycle theory, che fitta correlazioni usando un modello con molti parametri e poi dice di aver dimostrato chissà che.

    Secondo me non esiste nessun modello in grado di prevedere grandi transizioni strutturali come il ’29, il ’73 o l’attuale congiuntura: a posteriori tutti fitteranno tutto, a priori nessuno ci capisce un tubo. Se la teoria economica subisce pressioni e rivoluzioni ad ogni evento rilevante, il paradigma metodologico dominante ha dei problemi.

    Comunque io farei una distinzione tra un modello quantitativo e la teoria economica: i keynesiani teorizzano solo nel breve periodo e hanno modelli nel breve periodo; i monetaristi non sono altrettanto sicuro, ma fondamentalmente teorizzano solo nel lungo periodo e hanno modelli nel lungo periodo (chiunque usa l’equilibrio generale senza modellizzare la produzione cade in questa categoria). Gli Austriaci hanno strumenti concettuali per teorizzare su breve, medio e lungo periodo, ma per questioni di nicchia ecologica concentrano tutta l’attenzione nel medio periodo, e per motivi metodologici non hanno modelli nè nel breve nè nel medio nè nel lungo periodo.

    Secondo me, dal punto di vista didattico-teorico l’economia Austriaca è quindi la più completa, mentre dal punto di vista tecnocratico-operativo da una parte non fornisce strumenti (quantitativi), dall’altra ha prescrizioni di politica economica che porterebbero all’estinzione degli economisti come professione*.

    Personalmente vedo del notevole tafazzismo nel totale disinteresse degli Austriaci per cercare strumenti quantitativi, modelli, strumenti con utilità operativa o perlomeno per analizzare potenzialità e limiti di questi strumenti. In questo modo non solo non si fa nulla di utile per attrarre l’attenzione dell’accademia, ma non si fa nulla di utile per dimostrare che l’economia Austriaca è effettivamente “insightful” e non è solo una teoria astratta (al di là del fatto che per molti Austriaci è solo una branca della teoria politica anarchica, con grave danno per la credibilità della teoria economica Austriaca, ma questo è un altro discorso). Fermo restando che molto probabilmente qualsiasi modello fallirebbe e qualsiasi strumento darebbe risultati imprevedibili nel lungo termine, non si può negare che il disinteresse per l’economia applicata è da solo il più importante limite per lo sviluppo dell’economia Austriaca. E questo limite è autoimposto, e per questo parlo di tafazzismo.

    Per via degli articoli che sto scrivendo, e che finalmente ho completato, ho letto decine di paper tratti dalla letteratura Austriaca, oltre ad avere ormai una certezza dimistichezza con quasi tutti i libri della Scuola austriaca da Menger a Skousen. Non riesco a credere che nessuno negli ultimi 20 anni si sia accorto dell’esistenza di derivati, fiat money e globalizzazione: ma se dovessi giudicare da ciò che è stato pubblicato è proprio così, se non fosse per alcuni paper di Mueller e Engelhardt sui mercati finanziari aperti. Tutti gli insight su questi argomenti finiscono su blog, e solo per questo so che qualcuno li studia e se ne interessa. Ma perchè non vengono pubblicati?

    Su una cosa invece non sono convinto: il fatto che l’analisi di equilibrio di lungo periodo abbia rilevanza pratica nel mondo attuale. Ok: nel lungo termine dM significa dP, nessuno lo nega. Ma in realtà il nostro lungo periodo non è un equilibrio generale, ma un equilibrio metastabile tenuto in vita dalla politica monetaria in cui la struttura produttiva è perennemente distorta. Sebbene sia più trovare analisi Austriache dettagliate di un’economia tenuta in stato esaltato nel lungo termine (c’è molto sul trattato di de Soto), tale analisi con strumenti che non tengono conto della struttura produttiva non si può neanche cominciare a fare. Il fatto è che la politica monetaria rende il medio periodo lungo.

    * Alla fine i teorici dell’economia servono in tre mercati del lavoro: l’accademia, la finanza e la politica economica. La terza esiste per l’interventismo, la seconda verrebbe ridimensionata dal gold standard, e rimarrebbe l’accademia, come era prima di Keynes e del New Deal.

  2. 2

    Libertyfirst Says

    Aggiungo due cose.

    L’idea che la teoria Austriaca sia completa è vera sotto l’ipotesi che non si eliminino dalla teoria tutte le parti non esplicitate per motivi di nicchia ecologica di cui parlavo. Ad esempio, il concetto di moral hazard è fondamentale, come messo in luce da de Soto nel suo trattato; anche i costi di transazione lo sono, come già scritto da Rothbard nel suo trattato. Ma anche altri fattori, come la rigidità dei prezzi, possono giocare un ruolo. Se si interpreta la Scuola Austriaca in maniera integralista, lasciando fuori tutti i temi non strettamente legati all’ABC-T, la completezza viene meno.

    Cochran, di cui ho letto 3-4 paper di recente per via degli articoli di cui sopra, ha fondamentalmente un approccio sincretistico, come anche Garrison, ai rapporti tra le varie Scuole. In sostanza dice che lo squilibrio del capitale, le rigidità dei prezzi in caso di variazioni della domanda di moneta e addirittura gli shock produttivi possono essere spiegazioni per alcuni cicli economici, e tutto sta quindi ad avere gli strumenti per integrare e confrontare queste analisi. Eppure Cochran trova in effetti una differenza fondamentale nel trattamento della moneta e del credito che differenzia la Scuola austriaca dalle altre, legata al fatto che per tutti tranne che per Mises & Co una riduzione del consumo è risparmio, e quindi depositare in banca moneta è risparmio, e quindi il fractional reserve banking è di fatto una transazione creditizia e non comporta problemi economici rilevanti. In sostanza non si tratta solo di trascurare la struttura del capitale, ma di considerare la moneta una forma di credito anzichè un bene presente immediatamente disponibile.

  3. 3

    Leonardo, Ihc Says

    A parte che forse occorrerebbe distinguere adeguatamente il ciclo economico dagli effetti di shock più o meno frequenti ma tra loro non dipendenti causalmente; la ciclicità di Mises e Hayek è data dal comportamento dell’autorità monetaria, mentre altri shock (come la produttività) hanno un effetto one-shot pur con strascichi. Almeno che non si dimostri che uno shock di produttività crea onde più o meno regolari ad libitum, non si può assimilare all’idea di ciclo economico austriaca.

    Che poi un’idea monetarista di lungo periodo sia significativa concettualmente ma non nella pratica, perché in ogni breve periodo si rinnovano distorsioni che alla fine creano continuamente onde cicliche variamente intersecantisi (intendevi questo giusto?), è un fatto; ma appunto qui si chiacchiera di strumenti concettuali, mica si fa teoria come al MIT.

  4. 4

    Libertyfirst Says

    Per motivi professionali mi sono imbattuto in un sistema elettronico progettato ad canis minchiam a Boston e quindi disprezzo ogni cosa venga da Boston. :-)

    La citazione di Cochran della RBC m’ha stupito, considerando che la considero un esercizio di curve fitting senza attinenza con la realtà…

  5. 5

    Leonardo, Ihc Says

    Cochran? Io ho letto tale Cochrane, “new facts in finance” credo.

  6. 6

    Libertyfirst Says

    Cochran senz’acca, scrive su QJAE…

    http://www.mises.org/literature.aspx?action=author&Id=224

  7. 7

    Leonardo, Ihc Says

    no, Cochrane con la E finale

  8. 8

    Libertyfirst Says

    Sì volevo dire senza e.

  9. 9

    broncobilly Says

    Solo due considerazioni.

    La prima: per quanto la cura Keynesiana sia probabilmente il tampone più efficace nel breve periodo, non è sicuramente destinata a riequilibrare il sistema. Le altre due teorie invece mantengono ambizioni del genere. Io, anche solo per questo fatto, una distinzione qualitativa di fondo la manterrei, al di là dei tempi in cui gli effetti vengono prodotti.

    La seconda: Keynes e gli austriaci si coniugano male con un regime di tipo democratico. Ovvero con un regime che incentiva l’ abuso di deficit spending e che difficilmente tollererà mai forme radicali di deflazione. Per la realizzazione di una politica monetarista è sempre possibile creare un’ autorità più o meno indipendente. Magra consolazione ma mettersi mani e piedi alla mercè della politica pura è un po’ inquietante.

    Ti ringrazio comunque per gli stimoli che mi hanno indotto ad una ripassatina. Saluti.

  10. 10

    Leonardo Says

    @Broncobilly

    prima: precisazione giusta, che sta nella natura di “economia del disequilibrio” delle teorie keynesiane, cosa ben espressa ultimamente dai lavori di Libertyfirst e che io non ho sottolineato perché non mi pareva rilevante in questo contesto; comunque precisazione giusta.

    Seconda: non mi torna. Uno dei credi dei keynesiani è proprio il ricorso sistematico al deficit spending; forse intendevi monetaristi e austriaci? Già da altre parti ho sottolineato che nella teoria monetarista non c’è spazio per un ruolo attivo della spesa pubblica perché crea solo spiazzamento (che Friedman abbia parlato a posteriori di un’utilità dell’intervento pubblico nella crisi del ’29, visto come caso a parte, non cambia l’idea di fondo). La deflazione è vista negativamente dai monetaristi, vero, ma la regola aurea blocca l’offerta di moneta e non fa target sui prezzi (il rapporto di keynes con i prezzi invece è un po’ più “ambiguo”).

    Grazie di esserci Bronco

  11. 11

    broncobilly Says

    Scusa, forse sono stato troppo sintetico. Riformulo in modo più esteso la seconda considerazione.

    Mi riferivo ad un privilegio della politica monetarista: coniugarsi al meglio con i regimi democratici. Infatti…

    Per quanto i rimedi keynesiani possano essere efficaci nel “breve”, mal si coniugano con i regimi democratici. Ovvero, proprio perchè viene autorizzato un deficit spending, si alzano di molto le possibilità di assistere ad abusi (è nella natura del politico democratico). Il libro di Buchanan/Wagner che linkavo è dedicato a questo tema: politiche keynesiane possono anche avere un certo senso in certi contesti ma sdoganarle e autorizzare un politico democratico ad adottarle è troppo pericoloso. Ne abuserà certamente! Il connubio democrazia/keynes è stato disastroso.

    Quanto alle cure fondate sul binomio deflazione/fallimento (austriaci). In un ambiente democratico il politico subirà pressioni fortissime e, qualora le adotti, presto sarà costretto a rinunciarvi. Sia la massa dei licenziati, sia i poteri forti (che non somo certo i risparmiatori, ovvero coloro che guadagnano dalle deflazioni) premeranno su di lui rendendo impraticabile quella via.

    Saluti carissimi.

  12. 12

    Libertyfirst Says

    Indubbiamente è impossibile una società liberale con una democrazia senza vincoli di alcun tipo. Se la classe politica può far tutto, farà sicuramente di tutto per non avere una società veramente libera, tranne quando serve ad aumentare i proventi delle tasse (Laffer!).

    Però la politica monetarista di avere una Banca Centrale indipentente ha fallito tanto quanto quelle austriache: Greenspan e Bernanke non hanno applicato la golden rule di avere dM al 2-3% l’anno fissa. Questo per un motivo preciso: la democrazia è incompatibile col pareggio di bilancio, con la deflazione, con i fallimenti, ma anche con la serietà monetaria. E’ il trionfo dei demagoghi, e nel lungo periodo è un sistema destinato a crollare. Se non crolla è perchè vengono i Reagan ogni tanto a fare qualche riforma liberale che irrobustisce la mucca-società e arricchisce lafferianamente l’allevatore-stato.

    Io penso che qualsiasi politico serio sarà ridotto all’impotenza… per sperare nel futuro bisogna sperare che la classe politica sarà sempre sufficientemente lungimirante da rubare il latte senza uccidere la mucca. In Italia non è certamente questo il caso. Neanche Bush…

  13. 13

    Leonardo, Ihc Says

    Forse è solo un problema di utilizzo di termini ma alla fine diciamo tutti la stessa cosa… Io intenderei che l’economia keynesiana è ben in linea con un regime democratico perché permette un po’ a tutti, in teoria, di andare a piangere e trovare uno Stato disposto a dare un biscottino credendo di far bene (spesa pubblica). Se si intende invece che non è compatibile con un sistema democratico perché crea voragini in bilancio, si passa dall’ottica politica a quella finanziaria, e si ha parimenti ragione.
    Una politica austriaca probabilmente insostenibile politicamente, ma evita deficit tout court (eviterebbe pure lo Stato…), mentre una politica monetarista impone comunque una disciplina fiscale e appare politicamente sostenibile perché non sottolinea che in fasi di declino le imprese vadano lasciate fallire (cosa che però è implicita nel momento in cui si tenga l’offerta di moneta fissa, e con questa significa non incidere sui tassi).

    “la democrazia è incompatibile col pareggio di bilancio” di Libertyfirst mi pare una ottima sintesi.

  14. 14

    Lamiadestra Says

    Il problema della politica keynesiana è che prescrive di fare deficit spending togliendo ai ricchi per dare ai poveri, al fine di stimolare i consumi, nei periodi di recessione, e di fare l’esatto contrario nei periodi di forte crescita, per frenare l’inflazione. Sono ancora in attesa di un sostenitore delle politiche keynesiane (tipo eugenio scalfari nei suoi angelus-laici domenicali) che raccomandi di frenare l’inflazione togliendo soldi ai poveri per darli ai ricchi e portare il bilancio pubblico in attivo. In questo senso, è ben documentato empiricamente che i politici degli stati democratici non sono in grado di dare piena attuazione alle politiche keynesiane.

  15. 15

    Libertyfirst Says

    Per fortuna. Se abolissimo i risparmi in fase di recessione non se ne uscirebbe mai. Per fortuna la politica consiste nel dire ciò che gli elettori vogliono ascoltare e nel fare ciò che i politici vogliono fare, altrimenti sarebbbe ancora peggiore di quella attuale: una politica veramente democratica sarebbe proprio insopportabile…

  16. 16

    Tommaso Says

    Il famoso teorema di Weirstrass (insieme a Rolle e gli altri incubi su carta a quadretti) vale in ambito di funzioni, ossia relazioni lineari. Ma dove sono le funzioni polinomiali in economia? Mica si tratta di fenomeni fisisci, ma di fenomeni umani imprevedibili.

    Per questo l’ottica di lungo periodo non ha per me senso. Il lungo è solo la concatenazione di più brevi periodo, dove tutto può succedere. Ecco perché solo un fine-tuning può essere contemplato nel governo del ciclo, oppure nulla come i massimalisti liberisti vorrebbero accadesse. Ma le politiche di lungo, per favore, lasciatele a chi deve lanciare navi spaziali nello spazio, se ci riesce….

  17. 17

    Leonardo Says

    Se parli così non hai idea di come sia un modello neokeynesiano, abbi pazienza!
    Il fatto poi che un ciclo produttivo contempli momenti in cui l’investimento è liquido, momenti in cui si ha produzione sostenendo costi e passando a diversi stadi di prodotto intermedio, e il momento dilazionato nel tempo in cui il bene viene venduto e poi realizzato monetariamente e da qui il capitale reimmesso nel circuito, vale a dimostrare che esiste un breve e un lungo periodo.
    Comunque dire che l’economia sono “fenomeni umani imprevedibili” e “solo un fine tuning può essere contempèlato” è un bell’ossimoro!

  18. 18

    Ninus83 Says

    L’intervento statale nell’economia proposto da Keynes (e da Kalechi) consiste in:
    – tassazione progressiva per aumentare la propensione media al consumo (insomma, per togliere quel risparmio non reinvestito, in parte, che tramite i dividendi arriva nel reddito dei proprietari)
    – evitare che i tassi d’interesse si alzino in periodi in cui la preferenza per la liquidità aumenti (come sta facendo l’euribor oggi)
    – investimenti pubblici poichè quelli privati non sono in grado (poichè c’è risparmio non investito, detenuto per lo più dai proprietari dei mezzi di produzione) di riempire il solco tra produzione e consumi, crescente col crescere dei redditi

    ovviamente non vi è piena occupazione.

    Sul fatto dei deficit perenni, questa è una sciocchezza. Nei periodi di crisi vi sarà deficit poichè gli stabilizzatori automatici (soprattutto i sussidi di disoccupazione e gli investimenti pubblici, che ovviamente si compensano, più salgono i secondi più diminuisce la spesa dei primi) assorbono i disoccupati involontari, mentre in quelli di crescita l’aumento degli investimenti privati, l’aumento dei profitti e la diminuzione dei sussidi fa si che il bilancio si porti naturalmente in pareggio se non in attivo.

    Il debito pubblico è alto soltanto in Italia e Belgio, paesi in cui le politiche “keynesiane” ma più propriamente chiamato da De Cecco “di keynesismo criminale” sono state attuate da partiti democristiani che formavano coalizioni larghe (in Belgio ora con socialisti ora con liberali, in Italia da socialisti a repubblicani, liberali, ecc..) dovevano soddisfare molte richieste clientelari per tenere in piedi i governi con durata media inferiore all’anno solare.

    Senza Italia, Belgio e Grecia, il debito pubblico dell’area euro e dell’UE a 15 sarebbe molto più basso del 60% del Pil.

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