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Valzer di Strauss per il FMI

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March 3rd, 2010 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Il FMI si è trovato, per un po’ di tempo, seduto in disparte e pure deriso per il suo passato. Ma Strauss sta scrivendo un gran valzer perché il FMI torni a ballare là, sulla scena, in primo piano, con l’approvazione quanto più vasta possibile di Governi e guru dell’economia. Chiaramente lo Strauss in questione non è nessuno della famiglia di musicisti viennesi, e neppure il tedesco Richard, bensì Dominique Strauss-Kahn, e il valzer in questione non ha niente a che vedere con l’arte tersicorea, bensì riguarda il divincolarsi delle posizioni del Fondo (e del capo della ricerca, Blanchard) dalle storiche posizioni liberiste (mah!) per flirtare con posizioni più “aperte” e “possibiliste” verso una politica economica più attiva e, si può dire, keynesiana.

E con questo, siamo completi.

 

Il FMI è caduto un po’ in disgrazia da quando i Paesi sotto la sua tutela, avendo seguito la prescrizione liberista dell’abolizione dei controlli sui movimenti di capitali, si sono trovati in mezzo a una serie di attacchi speculativi; si parla delle crisi a catena nel Sud-Est asiatico degli anni ‘90, e del colpo finale con la crisi dell’Argentina. Aprire a movimenti di capitali enormi in effetti espone a qualche rischio di ondate improvvise all’ingresso o in uscita, e questo si riflette poi sui tassi di interesse e di cambio, e non può non essere indolore per le economie. Al momento attuale chi rischia sono alcuni Paesi asiatici, Cina in particolare, che potrebbero subire movimenti di capitali fino a $ 1.300 miliardi (un miliardozzo di euro, come se due terzi dell’Italia venissero sbattuti qua e là per il mondo, diciamo), e il relativo corollario di apprezzamenti dei cambi e formazione di bolle (nobile che il FMI si preoccupi tanto dei cinesini, visto che sono altri i Paesi che si stanno sorbendo una recessione, vero?).

Ma Strauss-Kahn, arrivato come il Cavaliere della Provvidenza, ha ben pensato di ammorbidire quelle posizioni troppo liberiste del FMI che prescrivevano ferrea disciplina fiscale ai Governi, stretta disciplina anti-inflazionistica alle Banche Centrali, e totale apertura verso l’estero. Due anni fa ha infatti dichiarato la necessità di una politica fiscale in prima linea nella lotta alla recessione, alla faccia del rigore fiscale. Non molti giorni fa questo genio del marketing ha proposto di rilassare gli obiettivi inflazionistici delle Banche Centrali dall’attuale generico 2% al 4%. E poi si arriva a questa possibilità di legittimare i controlli sui movimenti di capitali. Questa revisione degli indirizzi del FMI non è finita, ed è sicuramente uno strizzare l’occhio alla generale visione interventista dei Governi, alla loro sottovalutazione del problema inflazionistico, e alle paure di una destabilizzante speculazione a livello mondiale (suggerisco di pensare un attimo al mio scenario per il 2010 ed alle mie paure di una maggior vigilanza sui mercati funzionale a tamponare gli eccessi inflazionistici). Molto keynesiano, nevvero?

 

Appunto, per me è opportunismo più che teoria economica; come ho detto: marketing. I Governi non possono esimersi dallo spendere, e il FMI dà loro una giustificazione. Per questo si vuol alzare l’asta del controllo inflazionistico a un livello che non è poi tantissimo, visto che Friedman arrivò a parlare anche di un 5%, ma certamente lascia margini di intervento (inflazionismo) più ampi, senza considerare che un 4% quando i prezzi tenderebbero a scendere (per shock tecnologici o per rientro degli eccessi) significa una perdita di potere d’acquisto ben superiore.

In forza di questo opportunismo si tace ad esempio su un particolare dei fallimenti delle ricette del FMI, che non erano fatte solo di rigore monetario e fiscale e apertura all’estero, ma anche di tassi di cambio fissi funzionali alla stabilità inflazionistica, ed è questo il vero punto debole del passato (alla faccia del liberismo, direi pure)! Il tasso di cambio fisso avrebbe permesso, nell’idea del FMI, di importare la minor inflazione del Paese-ancora (ancorarsi al marco o al dollaro avrebbe uniformato politica monetaria e crescita dei prezzi a quelli tedeschi o americani); il fallimento è però venuto da cicli economici incompatibili con il Paese-ancora e da posizioni debitorie squilibrate verso l’estero a causa di un tasso di cambio “politico” quindi disallineato con i fondamentali, che hanno lasciato spazio per attacchi speculativi meccanicamente permessi dall’assenza di controlli sui movimenti di capitali, che alla fine hanno avuto successo costringendo gli assistiti del FMI a pesanti svalutazioni, inflazione elevata, e crisi economiche. Il controllo dei capitali non è stato la causa delle crisi asiatiche, che invece è nella forzatura di un tasso di cambio “politico”.

Ma i furbi Strauss-Kahn e Blanchard mica lo dicono, preferiscono fare ammenda su un falso errore e approfittarne per ammiccare ai Governi con un placet a controlli sui mercati, utile non tanto alla Cina che già attua i suoi controlli (il che le evita la rivalutazione dello Yuan alla faccia di Obama e compagnia) ma ai Paesi occidentali che rischiano gli effetti di bolle localizzate assieme alla fuga dai titoli di Stato, non sapendo quando e come ridurre la creazione di moneta e la crescita del debito pubblico (e con questo si torna al mio scenario per il 2010).

 

Come economisti avrebbero dovuto dire ad esempio che le ricette del FMI sono fallite a causa del teorema del “terzetto incoerente” (Inconsistent Trinity) di Mundell e Fleming. Ora, non è che io abbia molto in simpatia questi due (di cui il primo è il padre di una specie di inutile modello keynesiano IS-LM in economia aperta dalle basi assurde), ma il teorema è plausibile: con cambi fissi e piena mobilità dei capitali non possono sussistere politiche monetarie divergenti, quindi il terzetto di cambi fissi, mobilità dei capitali e autonomia monetaria è impossibile. Le ricette del FMI volevano sostanzialmente violare questo teorema pretendendo che i Paesi mantenessero assoluta disciplina fiscale, controllassero l’inflazione grazie al tasso di cambio fisso, e affrontassero un ciclo sfasato rispetto a quello del Paese-ancora. Figuriamoci.

Come economisti ’sti due geni avrebbero allora dovuto ammettere che il risanamento di un Paese non può che passare da una individuale disciplina fiscale, una individuale disciplina monetaria (anche se non nel senso “austriaco” del termine, che sarebbe ben più opportuna), e contando sulla disciplina che viene dal mercato attraverso liberi tassi di cambio, liberi tassi di interesse, e quindi necessariamente liberi movimenti dei capitali. Ma a nessun Governo piace sentirsi dire “è colpa tua” senza scappatoie.

 

Ma, introdotto questo teorema, ci si potrebbe chiedere che cosa comporti davvero un controllo dei movimenti dei capitali. Ad esempio può significare contenere le oscillazioni dei tassi di cambio (come fa la Cina) mantenendo autonomia di politica monetaria. Eh già, perché se c’è un problema di afflusso di capitali verso l’Asia, come controparte abbiamo un problema di deflusso di capitali dall’occidente, e in costanza di questi movimenti o si permette ai tassi di cambio di oscillare in modo rilevante o si opta per coordinare a livello mondiale la politica monetaria. L’ultima opzione è da escludere sia per impraticabilità che per la divergenza degli interessi nazionali; lasciar oscillare i cambi in fondo non è nell’interesse di nessuno, perché se salgono strozzano l’export e se scendono danno spazio a carry trade o fiammate dei prezzi.

Il problema attuale dei Governi è mantenere e giustificare certe spese, finanziare il debito pubblico, e contenere l’inflazionismo dei tassi bassi che può comportare eccessi in forma di malvagie bolle speculative. Per non scuotere troppo i tassi di cambio, mantenere un’autonoma politica monetaria senza che i capitali se ne scappino dove un libero interesse economico li porterebbe (bolle comprese), quindi preservando il finanziamento pubblico a tassi contenuti, i controlli sui capitali sono necessari.

Il FMI dà l’ok a questo, e dà l’ok anche a una maggior elasticità del tetto inflativo e al mantenimento, in questa fase, di deficit pubblici. Perfetto, ora chiunque potrà dirsi allineato e chiedere un aiuto. Il FMI è di nuovo al centro della scena.

 

Buona sera madame Governo, sono il FMI; permette questo giro di Valzer di Strauss-Kahn?

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1 Response to “Valzer di Strauss per il FMI”

  1. 1

    La UE Va fino in Fondo… Monetario at Ideas Have Consequences

    […] Grandiosi! Finalmente una vera idea per una nuova Unione Europea: se il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sta cambiando faccia  forse incamminandosi in un sentiero un po’ “erratico” se non “eretico” (si veda questo recente pezzo su IHC, cui vanno aggiunte altre considerazioni), perché non inventarsi un bel Fondo Monetario Europeo? […]

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