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Virtù Private e Pubblici Vizi (con una Postilla sulla Cina)

July 12th, 2010 by Leonardo

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   di Biagio Muscatello, Università di Siena

1) La teoria classica del commercio internazionale era chiaramente delineata a metà Settecento, anche se la sua ratio fu analiticamente formulata solo nei Principles di Ricardo. In un saggio [1] del 1752, Hume spiegava il suo modello di scambio internazionale, ricorrendo alla metafora dei vasi comunicanti. I bassi costi di produzione relativi attirano moneta in un Paese, gli alti costi allontanano moneta. I flussi tra i vari Paesi sono reversibili e reciproci, se le qualità intellettuali e morali dei cittadini, stimolate da un sistema di libertà ed emulazione tra le nazioni, guidano la loro inventiva alla ricerca di migliori opportunità d’impiego delle risorse. Nessuna autorità alla lunga può impedire che i flussi dei beni e delle monete seguano il loro corso naturale; e l’intangibilità del cambio da parte dei Governi è un principio indiscutibile.

 

2) Ma l’idea di una Great Society, basata sullo stato di diritto e regolata dai principi di mercato, è rimasta poco più di un sogno, schiacciata dalle ideologie stataliste e dalle illusioni di riformatori radicali, che hanno prodotto nel Novecento immani catastrofi.

 

Le cattive ideologie politiche sono generate da teorie economiche errate, diceva Mises. In un’opera del 1944, egli parlava delle politiche sindacali perseguite durante (e dopo) la crisi del 1929, mostrando le circostanze e gli effetti di quelle politiche. Il rifiuto della riduzione dei salari vigenti nel precedente boom portò all’accentuazione del protezionismo: Il protezionismo delle tariffe relativamente basse si trasformò nelle politiche iperprotezionistiche del sistema del contingentamento, della svalutazione monetaria e del controllo dei cambi [2].

 

Il controllo dei cambi, rivendicato dai Governi, faceva parte dei programmi di protezione della produzione di un Paese, tesi a impedire che l’importazione di merci estere facesse scendere i prezzi (e i salari nominali) interni. Un’errata percezione dei propri interessi ha spinto i lavoratori a reclamare queste politiche. Dal canto loro, la miopia delle organizzazioni del lavoro, e la ricerca di consenso a buon mercato dei vertici sindacali e politici, hanno prodotto una sostanziale riduzione dei salari reali, che essi hanno poi cercato di correggere con strumenti assistenziali, generando debiti pubblici insostenibili.

Sul versante monetario, la fine della convertibilità aurea ha finito col togliere ogni freno alla manipolazione politica della moneta e dei rapporti di cambio tra le valute.

 

3) Possiamo chiederci: le tesi di Mises, brevemente riassunte nel punto 2, e l’analisi di Hayek sulle fluttuazioni, sono utili per l’analisi dell’attuale congiuntura?

Nel vecchio modello di Hayek (Profits, Interest and Investment, 1939), l’eccessivo divario fra i tassi di profitto, causa delle forti oscillazioni cicliche, si verificava nell’ultima fase del boom, a vantaggio degli stadi vicini alla produzione di beni di consumo. Ma in un contesto quasi integralmente assuefatto agli stimoli pubblici – osserva l’ultimo Hayek – l’individuazione dei settori in cui si sono verificati i malinvestimenti richiede accurate indagini statistiche in ogni direzione. Quello che è certo è che le divaricazioni fra i tassi di profitto, che non siano il risultato di autonome scelte imprenditoriali, possono solo distorcere la struttura produttiva.

Un punto cruciale della teoria del capitale di Hayek è il rapporto tra risparmio netto e investimento netto, che molti – almeno “Cento Economisti” in Italia – tendono a considerare un problema obsoleto (un ‘vezzo austriaco’). E risparmio significa preferire il consumo futuro al consumo presente. Non entro qui in ulteriori dettagli; ma chi crede che tale rapporto abbia poca rilevanza, si priva degli strumenti per la comprensione del presente.

Le variabili in questione sono da ricercare nell’economia mondo, dove, malgrado tutte le intrusioni dei Governi, vi è sempre chi decide investimenti netti nelle direzioni che risultano adeguate alla domanda effettiva di beni; e vi sono corrispondenti decisioni di risparmio, che rendono possibile l’offerta.

Sull’attuale congiuntura, si deve dire che negli ultimi tre anni, a livello globale, non c’è stata una contrazione del PNL, ma un rallentamento della crescita e una ridistribuzione dei pesi delle economie regionali. Nel settore privato, alcuni hanno causato (e subíto) perdite di capitale per eccesso d’investimento netto (o per carenza di risparmio); nel settore pubblico, i debiti di molti Paesi si sono impennati.

A queste inefficienze, altri hanno sopperito con il loro risparmio (rinuncia al consumo immediato delle loro risorse). Quello che per alcuni Paesi si è rivelato un sovrainvestimento (privato) e/o un disavanzo (pubblico), per altri è stato un investimento. Se consideriamo le direzioni d’investimento a lungo termine, perseguite dai Paesi emergenti (con alti tassi di crescita e alti tassi di risparmio), abbiamo un quadro d’assieme che conferma certe relazioni evidenziate dall’analisi di Hayek:

A) Da un lato (quasi dappertutto, in Occidente), lo squilibrio tra investimento e risparmio crea situazioni insostenibili. Il tentativo di risolvere i problemi creati da errate decisioni precedenti, con gli strumenti della cheap money policy, dà soluzioni illusorie: di fatto crea fenomeni self-reversing (che ripropongono in seguito, aggravati, gli stessi problemi), inducendo a compiere nuovi errori.

B) Dall’altro lato, ci sembra di vedere il comportamento virtuoso di chi effettua il risparmio. C’è chi accusa la Germania, la Cina ed altri Paesi di esportare troppo. La realtà è che esporta solo chi produce in modo comparativamente più efficiente.

 

4) La Cina merita un discorso a parte, sia per le dimensioni dei suoi aggregati, sia per la natura del suo sistema economico-sociale. È un Paese che sembra non aver commesso certi errori individuati da Hayek negli anni ’30: l’investimento in beni capitali e infrastrutture non appare divaricato rispetto alla produzione di beni di consumo – anche se è arduo conoscere la redditività delle differenti imprese e il grado di autonomia imprenditoriale vigente nei vari settori d’investimento di quel Paese.

Per Hayek, il problema principale è l’equilibrio inter-temporale [3], la necessità e la difficoltà di conciliare la scelta tra beni presenti e beni futuri, beni di consumo e beni capitali. Questa compatibilità è il punto a cui tendono i movimenti dell’economia reale (ordine spontaneo); anche se essa indica condizioni di puro equilibrio e non descrive uno stato reale – benché talvolta si verifichi nella realtà “uno sviluppo del capitale in altezza e in ampiezza” [4].

Il caso cinese forse dimostra che sono diventate banalmente reali condizioni giudicate improbabili?

La risposta sarebbe “sì”, se le scelte tra presente e futuro fossero lì il risultato di decisioni individuali. La visione liberale dell’economia prevede un insieme di condizioni che simul stabunt simul cadent. Il risparmio come condizione di equilibrio di Hayek è il risparmio volontario, non il risparmio “forzato”. Di fatto, il ‘risparmio’ cinese sembra eludere i criteri di economicità, ritenuti essenziali dall’analisi austriaca, sotto un aspetto fondamentale: la libera contrattazione delle condizioni di lavoro e la libera scelta delle forme dei flussi di reddito da parte degli individui. Se i cittadini cinesi fossero nelle condizioni di scegliere in autonomia le forme dei loro flussi di reddito, potrebbero fare scelte differenti da quelle decise in modo eteronomo:

a) Potrebbero convincersi che la rinuncia a beni di consumo presenti (effettuata per sottoscrivere titoli del debito pubblico estero) sia improvvida.

b) Potrebbero scegliere assets più liquidi.

c) Potrebbero semplicemente preferire beni da consumare. Una quota notevole dell’output dei Paesi emergenti è export oriented. Nella teoria ricardiana dello scambio internazionale, il fine del commercio è quello di importare merci comparativamente meno costose, prodotte in modo più efficiente. Il costo del lavoro in Cina è molto basso – nella teoria di Ricardo-Hayek ciò significa che i profitti sono molto alti – ed è mantenuto basso per scelte deliberate. Le politiche industriali e monetarie cinesi sembrano puramente mercantilistiche; e l’attivo in valuta della bilancia commerciale è impiegato in un’ottica d’investimento a medio-lungo termine (e anche nell’ottica di una politica di potenza).

d) In un Paese dove vigono libertà di espressione, movimento, comunicazione, scelta dell’attività da intraprendere, si crea una tendenza a migliorare le condizioni generali di vita del Paese, ed anche a superare gli squilibri nello sviluppo. Certo, tutti i Paesi emergenti procedono in modo disarmonico e incontrano difficoltà nel comporre le differenze nello sviluppo interno. Ma la presenza di forti vincoli politici rischia di ritardare molto il superamento di tali squilibri. È evidente che centinaia di milioni di cittadini che vivono al limite del livello di sussistenza avrebbero bisogno di beni da consumare. Ed è altrettanto evidente che tutti i cittadini cinesi avrebbero bisogno di adeguati livelli di garanzie assicurative, sanitarie, etc.: in generale, di certi benefici minimi che il communitarian Rawls definirebbe Public Goods.

Dal canto suo, la gestione puramente politica della moneta – e il regime ‘amministrativo’ che ne regola i rapporti di cambio con le altre valute, al di fuori delle regole di mercato – tende a mantenere bassi i prezzi interni per evitare che gli squilibri tra aree sviluppate e arretrate facciano emergere tensioni sociali.

La libertà delle imprese interne sembra garantita; non altrettanto quella delle imprese estere, soprattutto se operanti in settori giudicati sensibili ai fini del mantenimento “dell’ordine”.

Insomma la Cina non è la Mecca, né della libera impresa, né del socialismo di mercato. Mi pare la Cina di sempre, che da millenni produce a prezzi bassi; e dove una casta monopolizza i vantaggi del commercio estero, sfruttando il lavoro interno. Dell’idea di socialismo rimane solo la generale dipendenza da un vertice che permette i benefici necessari e sufficienti per assicurare l’ordine sociale.

 

5) A conclusione di queste note, non mi sembra fuori luogo ricordare ancora Hume. Nel saggio “Della bilancia commerciale” (già citato), egli parla della tesaurizzazione pubblica come della Politica che provoca artificialmente scarsità di denaro, abbassa i prezzi delle merci nel Paese e attira ulteriore denaro dall’estero [5]. In un altro saggio dello stesso anno (“Del credito pubblico”) egli evidenzia il fenomeno opposto alla tesaurizzazione: il debito dello Stato, che arreca “povertà, impotenza e soggezione alle potenze straniere”. Quali sono, secondo Hume, le conseguenze finali di un’eccessiva estensione del debito pubblico?

Occorre certamente che si verifichi uno di questi due eventi: o la nazione per necessità distrugge il credito pubblico, o il credito pubblico distruggerà la nazione. È impossibile che entrambi possano sopravvivere nel modo in cui finora sono stati amministrati, in questa come in altre nazioni (ivi, 554).

Tra parentesi, nel primo saggio citato, Hume guarda alla Cina come al tipico Paese esportatore, se non fosse ostacolato dalla lontananza geografica. E tra parentesi vorrei anche notare che Hume non parla del debito pubblico, ma del credito pubblico: cioè, si colloca dal punto di vista di chi ha prestato soldi al Governo e ne pretende la restituzione (con gli interessi)!

Il debito pubblico è il problema al centro dell’attuale incertezza della finanza e delle Borse. I programmi di bail out degli ultimi tre anni hanno ingigantito i deficit di molti Paesi. Questi ora sono costretti a drastici tagli, che implicano riduzioni del PNL, o – nella migliore delle ipotesi – riprese molto stentate. È evidente che la situazione del debito pubblico rende irta la via degli “stimoli alla ripresa” (per la contraddizion che nol consente); e in base al principio di non-contraddizione, la soluzione dei problemi creati dalla Politica (al di fuori e al di sopra del mercato) non può consistere in una maggiore delega ai Governi e alla Politica.

 

Nell’ottica austriaca, la soluzione consiste nel ridurre il ruolo del Governo e l’entità delle risorse ad esso affidate; il che implica una corrispondente riduzione delle attese nei confronti del Governo. Alle sfide che ci aspettano siamo chiamati a dare risposte individuali: l’attuale congiuntura sarà superata, quando ciascuno si sarà adattato alle mutate circostanze. Ma non si tratta di un adattamento passivo: serve anche il contributo di ciascuno al miglioramento delle Istituzioni [6], che sono l’ambiente culturale in cui la specie homo si evolve.

 

P.S.: I concetti di risparmio netto/investimento netto, e risparmio volontario/risparmio forzato, da me impiegati, sono quelli di Hayek. Naturalmente, meriterebbero una trattazione a parte.

 

[1] “Della bilancia commerciale”, in Hume D., Saggi e trattati morali letterali politici e economici, a cura di Dal Pra M. e Ronchetti E., UTET, Torino, 1974, 505.

[2] Mises L., Lo Stato onnipotente, Rusconi, Milano, 1995, 113-sg. (I ed. 1944).

[3] Hayek, The Pure Theory of Capital, Routledge & Kegan Paul, London, 1941, cap. 25.

[4] Hayek, Profits, Interest and Investment, Routledge & Kegan Paul, 1939, sez. 12.

[5] Hume, Saggi, cit., 514.

[6] Intese nel senso attribuito a questo termine da Menger.


4 Responses to “Virtù Private e Pubblici Vizi (con una Postilla sulla Cina)”

  1. 1

    libertyfirst Says

    Molto bello!

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Ma cosa dici, molto bello? E’ meraviglioso! E rincuora ritrovare così ben scritte da uno serio tante cose sparse su questo sito in anni

  3. 3

    libertyfirst Says

    E che devo dire? Sono d’accordo. Mi annoio a scrivere che sono d’accordo. :-)

  4. 4

    Biagio Muscatello Says

    Ragazzi, troppa concordia!
    C’è qualcuno che ha dati statistici sulla Cina e sulle ipotesi espresse dal mio ragionamento?
    Sono disposto a discutere anche le critiche.
    Grazie per l’attenzione!

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